Voto

4.5

Alcune leggende sudamericane basate su racconti mitici precolombiani parlano di una donna, la Llorona, condannata a piangere per l’eternità dopo essersi macchiata del delitto dei propri figli per vendicare il tradimento del marito. In altre versioni del mito la Llrona viene invece dipinta come una sorta di ammaliatrice malefica che attira gli uomini nelle proprie grinfie per poi ucciderli. Ed è questa la versione a cui si ispira la protagonista dell’omonimo film, incarnata da una presenza femminile demoniaca che perseguita i figli innocenti di una vedova statunitense, alle prese non solo con la recente dipartita del marito, ma anche con questa nuova minaccia sovrannaturale.

Una sceneggiatura che però non regge il confronto con le identità ultraterrene recentemente sfornate dal cinema, come l’incarnazione metafisica del male di It Follows (David Robert Mitchell, USA, 2014) o l’enigmatica presenza – o presunta tale – del Babadook (Babadook, Jennifer Kent, USA, 2014). La caratterizzazione della Llrona, la donna che non cessa mai di piangere, si limita infatti a un costume da sposa, un volto malamente realizzato in CGI, urla improvvise e una gamma di azioni ripetitive, condite da uno strano accento messicano che si mescola a un doppiaggio ridicolo.

Tra tentativi poco ortodossi di esorcismo eseguiti da un ex prete, silenzi interrotti da prevedibili e iper-accentuati jumpscare e un demone antagonista incapace di terrorizzare le sue potenziali vittime, si arriva a un ultimo frame che è forse l’unico azzeccato di tutto il film.

Federico Squillacioti