La Jetée – disponibile nella videoteca di MUBI – è oggi considerata una delle opere più influenti della Nouvelle Vague, e continua ancora a influenzare il panorama artistico internazionale con la sua eredità innovativa e sperimentale. Il mediometraggio è stato infatti capace di popolarizzare il genere del visual essay e di lanciare il regista Chris Marker nel panorama internazionale, dopo i primi lavori di nicchia come Le Joli mai, prettamente legati al cinema verité o “ciné, ma vérité” (in italiano: “Cinema. La mia verità”) come lo definiva lo stesso regista. Negli anni, l’opera è stata rielaborata in varianti ad alto budget, come L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, o ripreso attraverso citazioni dirette, ad esempio nel videoclip di Jump They Say di David Bowie e in innumerevoli video-installazioni e progetti multimediali. A rendere il film particolarmente adatto a essere utilizzato come canovaccio per lo sviluppo di opere a se stanti, è stato possibile grazie all’estrema semplicità della storia narrata: in un contesto post apocalittico, un uomo senza nome ossessionato da un’immagine della propria infanzia viene inviato nel passato per ottenere le materie prime indispensabili per la sopravvivenza del mondo.

Per veicolare questo soggetto, Marker adotta come strategia narrativa la pura non-linearità, raccontando la vicenda solo attraverso immagini statiche. Questa scelta aveva lo scopo principale di garantire agli spettatori nuovi sottotesti a ogni visione e di entrare in sintonia con la condizione di un protagonista che, sballottato nel tempo tra presenta, passato e futuro, ha perso ogni punto fermo che lo ancorasse alla realtà, ormai irriducibilmente frammentata garantendo agli spettatori di scovare nuovi sottotesti a ogni visione. Al regista, quindi, non interessa concentrarsi su quegli elementi narrativi universali che caratterizzano il racconto cinematografico, rifuggendo l’ossessione tipica nel cinema di genere. La Jetée, infatti, non indaga un sentimento specifico legato all’amore o alla guerra, ma il loro valore universale – spiega il regista e studioso Jean Pierre Gorin. Il conflitto che apre il mediometraggio rappresenta non una guerra specifica, ma il senso universale che unisce tutte le guerre della storia, a partire dagli spunti di quelle che il regista ha vissuto in prima persona, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, attraverso immagini che evocano le paure principali delle nazioni europee dell’epoca: gli orrori provocati dagli ordigni nucleari, la paura per uno stato dittatoriale e la violenta prigionia dei dissidenti politici. L’amore, invece, viene ricondotto al sentimento del meraviglioso, che scaturisce in tutta la sua potenza dall’unico movimento presente nel film: una palpebra che sbatte.

Una scena cruciale che rappresenta il risveglio dei sentimenti umani nel protagonista, trasmesso attraverso un elemento di base per il racconto cinematografico – ovvero l’immagine in movimento -, che secondo Gorin riporta il medium alla sua dimensione delle origini, in particolare a film come Baby’s Meal di Louis Lumière. In quel caso, il cortometraggio destò meraviglia nel pubblico non tanto per la scena di vita quotidiana rappresentata, quanto piuttosto per il movimento delle foglie sullo sfondo. Qualcosa che oggi diamo per scontato e a cui non facciamo assolutamente caso, ma che allora era al centro dell’esperienza spettatoriale, dell’entusiasmo della critica e della fiducia riposta nell’arte cinematografica. Marker quindi decide di riportare il fruitore smaliziato, e cinefilo, in una dimensione arcaica, pura, lontana da quegli elementi che caratterizzano il cinema moderno, coniugando una dimensione visuale contemporanea a un linguaggio primitivo; una prospettiva che Marker continuerà a seguire nel corso della sua intera carriera, culminando nella mostra del 1999 Silent Movie and Selected Screenings.

La Jetée, usando le parole pronunciate dal regista stesso nel suo film Sans Soleil (1983), è a sua volta una rielaborazione La donna che visse due volte – Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock, che ha affrontato il concetto della memoria impossibile teorizzato da Proust (le famose Madeleine di Alla ricerca del tempo perduto), ripreso poi da Merker nella sua opera visuale su CD-rom Immemory (1997). Da questo punto di vista, l’opera di Marker si presenta come un viaggio nella coscienza cinematografica. Secondo la trasmissione francese del magazine di cortometraggi Court-circuit, infatti, l’uomo senza nome è in realtà imprigionato nelle gallerie sotto Chaillot, che di lì a pochi mesi diventeranno gli archivi della Cineteca Francese; e la scelta di fare interpretare lo scienziato capo che spedisce il protagonista nel tempo a Jacques Ledoux, che al tempo era il responsabile della Cineteca Reale del Belgio, è altrettanto eloquente. Molti studiosi, inoltre, hanno ipotizzato che il viaggio compiuto dal protagonista non sia nel tempo ma nella storia del cinema, alla disperata ricerca di Vertigo. Non è quindi un caso se la donna di cui si innamora il protagonista venga introdotta con un inquadratura, una capigliatura e un profilo uguale a quella di Madeleine nella celebre scena del ristorante nel film di Hitchcock. A tornare ne La Jetée è anche la scena della sequoia in cui Madeleine indica a Scottie il periodo in cui ha vissuto, che Marker riprende e ribaltata allo stesso tempo: in entrambi i casi, comunque, il desiderio dell’amante rimane inappagato, in quanto è impossibile amare un fantasma.

Davide Rui