Voto

7

Il cinema romeno ha visto nell’ultimo decennio ha visto un’improvvisa rinascita, e la programmazione festivaliera europea si è di conseguenza aperta all’accoglienza di lavori di registi come Cristi Puiu (Sieranevada), Radu Jude (I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians) o Adrian Sitaru. Questa nuova linfa vitale arriva da un più ampio rinnovamento del cinema dell’est Europa, caratterizzato da un interesse nell’analisi del linguaggio (non solo cinematografico) e della comunicazione in tutte le sue forme. Corneliu Porumboiu, considerato il padre della Nouvelle Vague Rumena, si allinea a questa direzione, mantenendo parallelamente tutte le caratteristiche peculiari del suo cinema: dopo il lungometraggio Police Adjective del 2009, incentrato su una disamina delle conseguenze del linguaggio politico, La Gomera – L’isola dei fischi compie un ulteriore passo in avanti, riuscendo a coniugare un’analisi del nostro presente, essenzialmente fondato sulla comunicazione, e una narrazione di genere.

Presentato all’ultimo Festival di Cannes, La Gomera – L’isola dei fischi ricalca infatti il canovaccio tipico del noir: un protagonista in crisi, il poliziotto corrotto Cristi, che incontra una femme fatale e se ne innamora perdutamente. Proprio a causa di questa relazione verrà coinvolto in un pericoloso colpo multimilionario. Una storia rarefatta e senza tempo ambientata appunto alla Gomera, una della isole Canarie, dove i pastori riescono a comunicare tra loro anche a grande distanza utilizzando un particolare campionario di fischi. Su questo scenario si innesta la geniale intuizione di Porumboiu: traslitterare l’elemento reale nel registro della favola, ipotizzando che il linguaggio dei pastori sia uno stratagemma per trasmettere messaggi segreti. Così il film sviluppa una tensione emotiva da thriller memore de Il Grande Sonno (Howard Hawks, 1946), dal quale mutua la linearità diegetica e l’escalation di flashback che culmina nel contingente colpo di scena.

Al mondo caotico in cui viviamo, fondato su un’interconnessione costante ma virtuale e scorporata, Porumboiu contrappone uno scenario in cui il linguaggio è tanto essenziale quanto pericoloso, e dunque la capacità del corpo di veicolare un messaggio diviene essenziale per la comprensione degli eventi da parte dello spettatore. La parola perde così di importanza, utilizzata solo per brevi dialoghi privi di importanza all’interno del contesto narrativo. Il film si rivela un appassionante gioco intellettuale, in cui il principale obiettivo è ricomporre una vicenda fumosa in cui quasi nessuno dice la verità; un senso di confusione accentuato dall’andamento non lineare della sceneggiatura.

Le difficoltà del lungometraggio sorgono proprio nelle forzature narrative: il racconto a scatole cinesi appare alla lunga eccessivamente complicato e l’utilizzo del linguaggio dei fischi si riduce ben presto a una gimmick poco sfruttata nel suo complesso. La Gomera si rifà al noir ibridandolo con altri generi, senza appartenere a nessuno, perché, in ultima analisi, è l’espressione di un amore per il cinema puro e sincero.

Davide Rui e Davide Spinelli