Voto

7.5

Baltimora, 1962. Una dolce ragazza muta conduce un’esistenza ordinaria, scandita da una routine ormai consolidata. Nel pieno della guerra fredda e in uno scenario politico la cui semplice e mai retorica rievocazione basta ad associarlo in modo terribile al nostro presente (razzismo imperante, omofobia, USA Vs Russia e Vs i “gialli”), lei, Elisa Esposito (Sally Hawkins), il suo sconclusionato vicino di casa Giles (Richard Jenkins), un pittore gay che lotta invano contro la vecchiaia, e Zelda (Octavia Spencer), la sua collega storica a cui non sfugge niente, si trovano invischiati in una vicenda di gran lunga più grande di loro.

Lo stile di regia barocco e la fotografia umida e sotterranea immergono immediatamente lo spettatore in un’atmosfera surreale da favola dark con punte gore e di humor nero, che nella sua assenza di mielosità ricorda più il Jeunet di Delicatessen che de Il favoloso mondo di Amelie. Il film si sviluppa tra autocitazioni, citazioni (Cenerentola, La bella e la bestia, Il mostro della laguna, per citare le più evidenti) e riferimenti, rielaborando con originalità i generi che hanno fatto la storia del cinema: dalla fitta pioggia noir che inzuppa gli impermeabili agli inserti musical in pieno stile anni ‘50, dalla commedia al dramma, dal villain pescato direttamente da un fumetto alla struttura da movimentata spy story.

Un pastiche che non sa mai di compitino ma trasuda di un amore immenso per il cinema di genere, studiato, sviscerato, abbracciato e metabolizzato da Guillermo del Toro per giungere infine alla creazione de La forma dell’acqua: la storia di un amore puro, spirituale ma anche carnale, libero come pochi amori lo sono, indifferente verso ogni sorta di tabù sociale, sessuale e di genere (la principessa non ha bisogno che il suo ranocchio si trasformi in un principe), stretto con le unghie al proprio sogno “per sempre” a discapito della realtà. E del Toro non chiede nulla allo spettatore: solo di abbandonarsi al suo racconto come Elisa si abbandona tra le braccia del mostro. D’altronde, il film è proprio come il mostro: incapace di comunicare altro al di sotto di ciò che è e del modo in cui si mostra.

Benedetta Pini

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