Presentato in concorso alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e nominato agli Oscar 2022 in 3 categorie, La Figlia Oscura (titolo originale The Lost Daughter) è l’esordio alla regia dell’attrice Maggie Gyllenhaal – nota per i ruoli in Secretary (Steven Shainberg, 2002), Il Cavaliere Oscuro (Christopher Nolan, 2008) e nella serie tv The Deuce – La Via del Porno (2017-2019) -, che ha dichiarato diverse volte di aver sempre pensato più come una regista che come interprete. Adattamento dell’omonimo romanzo della misteriosa scrittrice italiana Elena Ferrante, il film racconta di come la vacanza al mare di Leda si trasformi in un incubo dalle atmosfere inquietanti e, a tratti, oniriche dopo l’incontro con una giovane madre molto simile a come era lei da ragazza: una semplice conoscenza sulla spiaggia scatena ricordi traumatici relativi alla tormentata maternità di Leda e sconvolge il suo ritrovato equilibrio, facendo prepotentemente esplodere il passato nel presente e costringendo la protagonista a fare di nuovo i conti con qualcosa che credeva di essersi ormai lasciata alle spalle.

Sulla scia di molti altri film recenti sulla maternità, rappresentata secondo diverse sfaccettature, come Madres Paralelas di Pedro Almodovar (2021) o La Scelta di Anne – L’événement di Audrey Diwan (2021), La figlia oscura sceglie però di non affrontare il tema in modo tradizionale e di non presenta un modello ideale di madre. La protagonista, infatti, decostruisce tutte le aspettative impartite sul suo ruolo genitoriale dalla società patriarcale, e si sente anzi sopraffatta dalla negatività e dalla claustrofobia all’interno di quel tipo di vita. Ad amplificare questa emotività complessa e sfaccettata contribuiscono le intense interpretazioni di Olivia Colman e Jessie Buckley (nei panni di Leda da giovane), che insieme alla magnetica Dakota Johnson formano un trio di alta qualità.

La sceneggiatura, premiata con il Leone d’Argento al Festival di Venezia 2021, è dettagliata, intricata e spesso frammentata, eppure torna tutto e non lascia nulla in sospeso: la trama scorre e si evolve progressivamente, prendendosi il tempo necessario per svilupparsi e senza mai perdere di potenza. La narrazione gioca così con le linee temporali, alternando gli eventi del presente a flashback del passato, che aiutano a ricostruire un quadro sempre più dettagliato della vicenda e della personalità della protagonista; finché, in certi punti del film, le due linee temporali sembrano collidere, fondersi tra loro e intrecciarsi, creando un flusso temporale unico e destabilizzante, che prima priva il pubblico di riferimenti, e poi si chiude in un finale catartico e poetico.

Kevin Cella