Voto

6

La pellicola di Jason Bateman può essere suddivisa in tre segmenti: i flashback delle performance art dei Fang, ricreati meravigliosamente tramite ralenti e fermoimmagine accompagnati da pezzi ammalianti di musica classica; le sezioni documentaristiche – volutamente stridenti con l’atmosfera noir di riferimento –  che sottolineano l’importanza per i protagonisti dell’inscindibile binomio arte-vita; e per ultimo, il presente narrativo in veste di comedy-drama vicino alle inquietanti favole dei fratelli Grimm. I protagonisti, infatti, puri, semplici e ignari, si inoltrano in situazioni sempre più intricate e misteriose, addentrandosi in un buio che spesso si tinge di sangue.

Il montaggio delle tre unità, preciso e pulito ma evidentemente schematico, non è frutto di mancanza di inventiva, bensì sembra derivare dal fascino esercitato dai protagonisti sul regista. Camille e Caleb Fang, infatti, sostengono che l’arte non nasca dal performer ma dalle reazioni del pubblico che, di fronte all’opera, vive sensazioni così potenti da avere un riscontro immediato nel quotidiano.

Bateman, così legato alla visione artistica dei Fang, cade però in un comune errore: l’esagerazione nell’arte è seducente quanto pericolosa poiché si rischia di venirne fagocitati, sprofondando nella forzatura. Ed è così che il macchinoso finale vanifica un lavoro curato fin dall’inizio nei minimi dettagli: la vera arte è un traguardo per pochi.

Anna Magistrelli