Voto

7

Il cinema americano indipendente torna a confrontarsi con i grandi temi sociali e prova a dare risposte cinematografiche a questi due anni di presidenza – più uno di campagna elettorale – di Donald Trump. La diseducazione di Cameron Post (The Miseducation of Cameron Post) tenta di risvegliare le coscienze dal torpore degli ultimi tempi, per raccontare una storia che forse non tutti conoscono, ma la cui testimonianza sembra essersi fatta sempre più urgente, come dimostra l’uscita in contemporanea di Vite Cancellate (Boy Erased) di Joel Adgerton, che affronta la medesima tematica (con un protagonista maschile anzi che femminile). L’assunto è agghiacciante: l’omosessualità va curata, la fede in Dio può estirpare questa malattia dal corpo e farlo tornare “normale”, basta volerlo davvero.

La pellicola, vincitrice del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2018, affida all’interpretazione dell’emergente Chloë Grace Moretz il racconto di un’America in cui il radicalismo evangelico sta di nuovo prendendo il sopravvento, veicolando visioni politiche e sociali a dir poco raccapriccianti. Cameron è una studentessa di liceo, orfana di entrambi i genitori e affidata alle cure della zia Ruth, donna estremamente conservatrice e convinta che l’omosessualità sia una delle tante manifestazioni del Maligno. La sera del ballo della scuola la ragazza viene sorpresa dal fidanzato durante un rapporto sessuale in macchina con la sua amica Coley e per questo viene immediatamente spedita al God’s Promise, un centro religioso di “diseducazione” all’omosessualità. La sceneggiatura, scritta da Akhavan e Cecilia Frugiuele, è tratta dall’omonimo romanzo di Emily M. Danforth e rivela con grande efficacia l’esistenza di istituti educativi che evidentemente violano alcuni dei diritti umani fondamentali, ma vengono tollerate dalle autorità.

La regista Desiree Akhavan, americana di origini iraniane, si avvicina con delicatezza alle fragilità di Cameron e dei suoi compagni di “disavventura”, svelando a poco a poco il peso enorme esercitato su di loro dai legami famigliari e dalle reazioni che la loro sessualità ha suscitato nel mondo esterno. Esiliati e affidati alle cure della direttrice-psicologa Lydia Marsh (Jennifer Ehle) e del fratello Rick (John Gallagher jr.), “ex omosessuale” ora “guarito”, questo gruppetto di giovani tenta di sopravvivere. Su alcuni il lavaggio del cervello ha già attecchito e la mancata riuscita della terapia provoca effetti deliranti, mentre altri affrontano il percorso con diffidenza, facendo della finzione il proprio metodo di sopravvivenza.

Una narrazione lineare, che non scende in profondità, proprio come la terapia psicologica inflitta ai ragazzi del God’s Promise, e che affronta con ironia una situazione talmente estrema da risultare surreale e portare a sorridere nella tragicità degli eventi. È con questo approccio sagace e brillante che La Diseducazione di Cameron Post mostra quanto simili anacronistici tentativi di rieducazione sessuale siano deleteri. Uno smarrimento identitario di cui Chloë Grace Moretz regge il peso in modo esemplare.

Fosca Raia

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