Critico, ironico, bizzarro e innovativo. La decima vittima (1965) di Elio Petri è espressione di una fantascienza surreale e sperimentale smaccatamente anni ’60, che tra pop art e colpi di pistola urlava il desiderio dell’epoca di libertà e anticonformismo. Questo racconto rivoluzionario, dai colori forti e dallo stile lunare, mostra, osa e indaga quanto lo sguardo avanguardista di Elio Petri fosse al contempo esplicativo e futuristico, grazie alla costruzione di un bilanciato dialogo tra suono e visione. La colonna sonora quasi interamente strumentale, composta e arrangiata da Piero Piccioni (David di Donatello miglior musicista, 1975), è infatti parte attiva della sceneggiatura, scritta da Ennio Flaiano, Tonino Guerra, Elio Petri e Giorgio Salvioni. L’esito porta a una contaminazione dei sensi, dove le incursioni dei musicisti affiancano i protagonisti – Marcello Poletti (Marcello Mastroianni) e Caroline Meredith (Ursula Andress) – e gli spettatori nel folle gioco della grande caccia, metafora paradigmatica la cui potenza paralizza ancora oggi.

È la fine della IV o della V Guerra Mondiale, la potenza delle armi nucleari è in aumento e l’unica soluzione è capire come incanalare la violenza degli uomini di questa epoca, esseri strani forniti di combattività. I personaggi – talmente imprevedibili che viene voglia di pedinarli costantemente – si muovono in un labirinto fatto di semplici espedienti narrativi e cinematografici, in un futuro non bene identificato ma dalle caratteristiche definite, nel quale gli omicidi sono stati legalizzati. Si vive pericolosamente, ma nella legge, in un gioco mortale che anticipa il modernissimo Westworld del 1973 (ripreso poi dalla serie del 2016): 8 anni prima, La decima vittima dava forma a un grande parco a tema dove tutto è concesso, che annulla le coordinate spazio-temporali e sovverte passato, presente e futuro.

Il messaggio, terrificante e profetico insieme, è guidato da sonorità jazz e dai suoi strumenti tipici come il pianoforte e il sassofono, la violenza istintiva dell’uomo e la frenesia dei personaggi sono accentuate dalle improvvisazioni cromatiche e ritmiche della colonna sonora, sfociando in una competizione individuale ma regolarizzata e spiata da un esercito attento: il “grande occhio” del film, che ricorda quello di Orwell – ripreso anche da Bowie in 1984 – e descrive un simile futuro distopico dalle “fauci feroci”, non è poi così lontano dal nostro presente.

Ne La decima vittima ognuno insegue la libertà, in un nascondino psicologico tinteggiato e musicato (emblematica la scena del bar in cui Marcello e Caroline si conoscono, accompagnati dai sassofonisti), giocato sulle righe di un pentagramma. Il jazz si fa carico di veicolare la metafora sottostante a scene e movimenti dei personaggi, dai piccoli passi alle capriole, fino alla corsa e all’acquattarsi sinuoso, come felini in attesa di conquistare la preda. Le immagini, sensuali e colorate, nitide e precise, sembrano saltellare sui tasti di un pianoforte, mentre i personaggi si rincorrono a tempo di musica, come in un valzer a spirale che gira senza fine. Spiral Waltz è infatti il tema principale del film, nonché l’unico brano cantato (il testo è di Sergio Bardotti). Mina e i suoi riconoscibili vocalizzi con cui volteggia assecondano e amplificano il modello spiroidale che regola l’universo filmico e la calda pazzia che accieca e uccide, bramosa di morte e inseguimenti, ma anche di vita e tranquillità. Così, tra prede, cacciatori e se(n)ssualità, non si abbassa mai la guardia (né la musica) e, alla fine, ci si scopre più umani del previsto, desiderosi di una sana (?) normalità. Ed ecco che i protagonisti di ghiaccio si sciolgono, e in fuga su un aereo e con una pistola puntata contro si sposano. L’incoerenza della modernità sfocia allora in una spaventosa coazione a ripetere. Ma allora è davvero tutto finto, proprio come la televisione e il cinema? E vissero (o morirono) per sempre felici e (s)contenti? Chissà. Sicuramente lo faranno a ritmo di jazz.

Silvia Lamia