Voto

7

Si sa quel che si lascia ma non quel che si trova. E Ozpetek lo sa bene, che in questi anni ha cercato invano di mettere in scena nuovo tipo di cinema rispetto al suo, sperimentando modalità narrative per lui inedite. Ma come la domenica senza l’odore di ragù della mamma non è davvero domenica, Ozpetek senza il suo stile esuberante, colorato e multiforme non è davvero Ozpetekcon. Ecco che La Dea Fortuna fa tornare il regista turco naturalizzato italiano per come l’abbiamo sempre conosciuto e amato, quasi come fosse una summa del suo cinema migliore. Come se il tempo non fosse mai passato, ci troviamo a sorpresa in una sorta di rimpatriata che ci ricorda le situazioni in veranda de Le Fate Ignoranti (2001), le complicazioni umane di Saturno Contro (2007) e l’eccitata colonna sonora di Mine Vaganti (2010). Il risultato è un patchwork nostalgico fatto da una storia lineare, colpi di scena annunciati, la consueta retorica melensa, e appigli narrativi semplici e un po’ cliché.

Quelle atmosfere alla Ozpetek un po’ radical chic che tanto ci piacciono riescono a sopperire alle mancanze e ai buchi della sceneggiatura. Contribuisce in positivo anche il cast: Edoardo Leo si conferma un attore di carattere e Accorsi finalmente interpreta un ruolo meno retorico del solito (eccetto per il monologo finale, che arriva puntuale). C’è un po’ tutto quello che ci dovrebbe essere in un cinema che piace:  il dramma e il facile umorismo che ci ricordano le canne fumate in estate citando Moretti e sognando Catherine Deneuve.

Fabrizio La Sorsa