Voto

5

Inquadrature virtuosistiche e movimenti di camera lenti, meditativi, a tratti impercettibili o del tutto assenti introducono lo spettatore nel mondo spettrale della finanza newyorkese, che di poco si discosta dalla seconda, e principale, ambientazione: un edificio di fine Ottocento situato nel contesto sublime delle Alpi svizzere, ora adibito a casa di cura per ricchi uomini d’affari consumati dal lavoro. Il debito nei confronti di Youth di Sorrentino è evidente, sebbene privo del raffinato misticismo alla Thomas Mann che il regista napoletano aveva fatto proprio. Dopo il successo di Vi presento Toni Erdmann, La cura dal benessere propone di nuovo una critica alle nevrosi della nostra società, schiava della frenesia del guadagno e del consumo, ma in una chiave meno originale e molto più stereotipata rispetto alla pellicola del regista svedese.

L’aspirante nuovo DiCaprio Dane DeHaan, inviato nel centro benessere per recuperare l’amministratore delegato dell’azienda per cui lavora, si trova prigioniero di quel luogo, che viene reso spettrale, inquietante e conturbante fin dalle primissime inquadrature da una fotografia limitata a una palette di colori cupi, da claustrofobici corridoi senza fine resi da angolature che ne sottolineano l’aberrante lunghezza e da una recitazione efficace in questo senso (si pensi a Jason Isaacs, memore della serie tv The OA) –, forse unica scelta riuscita.

Thriller gotico debitore di Dario Argento per la ricorrente cantilena della colonna sonora, ma anche dello Scorsese di Shutter Island per istituto e intrigo labirintici e del Nolan di Inception per lo stordimento comune a protagonista e spettatore, La cura dal benessere è una riproposizione sbiadita di stilemi horror decurtati di tutto il loro potenziale. L’insistenza della regia su dettagli chiarificatori del mistero ben prima del plot twist, l’autocompiacimento della fotografia per angolature inquietanti (riflessi, riverberi, sdoppiamenti) e una sceneggiatura diluita a tal punto da riproporre le stesse identiche situazioni innumerevoli volte nel corso del film rendono la visione, inizialmente emozionante e stimolante, progressivamente sempre più debole.

Benedetta Pini