Voto

8.5

Nel numero di ottobre 2018 dei “Cahiers du Cinèma” con in copertina la delacroixiana immagine allegorica dell’ultimo film di Lars Von Trier, è comparsa una lunga intervista dedicata al regista, che davanti alla domanda sull’evidente analogia – o similitudine – narrativa che La casa di Jack sembra mostrare con il precedente Nymphomaniac (2014) risponde con un sornione “Non proprio”. Da lì, una snodata riflessione sull’etica contemporanea, su dove si colloca il valore del sesso e del cinema autoriale e su dove si colloca il suo, di cinema.

Se Nymphomaniac è la toccante confessione psicanalitica di una donna che sottomette ai piaceri della propria carne l’intera gestione della propria vita, il film con Matt Dillon è il racconto in più “accidenti” della follia lucida nell’accumulo di corpi morti dei quali l’autocommiserante protagonista omicida riempie la propria vita alla ricerca di una macabra confort zone. Forse due personaggi alla ricerca di assoluzione con due finali nel buio, ma non c’è morte in Nymphomaniac, come non c’è sesso ne La casa di Jack, e i due film con un esoscheletro narrativo analogo si ritrovano a dialogare con un pubblico analogo attraverso un canale comunicativo paradossalmente opposto, innescando meccanismi di difesa e di empatia del tutto diversi e creando due distanti livelli di confronto con la banalità del male; in uno attraverso una sorta di coesa confessione liturgica con un retrogusto di vaga solennità e nell’altro attraverso un accostamento di sketch macabri e di uno splatter perversamente ironico.

La figura femminile continua a incarnare il gioco della vittima sagace della realtà ma per la prima volta all’interno delle storie anatomizzate che Lars von Trier mette in scena il punto di vista diventa quello maschile, un punto di vista vile ma mai davvero condannato dallo spettatore, in una casuale epoca storica di legittimata caccia alle streghe verso quello stereotipo identitario. Forse una storia meno ispirata, una rappresentazione cinematografica già assaporata o forse senza Charlotte Gainsbourg questo ultimo, corale Lars von Trier non riusciamo più a godercelo fino in fondo: ma l’autore che si nasconde dietro questa indole perennemente assolutista, superba e canzonatoria incombe con la solita precisione, toccando quei tasti che oggi, in una sala cinematografica, non si ha più voglia di suonare.

Carlotta Magistris