Voto

6

“Ma sai che ho proprio fame?”: è stata questa la frase ricorrente che in molti hanno pronunciato uscendo dalla sala. La buona uscita pone all’attenzione dello spettatore proprio sul languore continuo di chi, pur avendo la pancia piena, si sente in dovere di mangiare quelli che la pancia probabilmente neanche la possiedono più; in una sola parola: “ingordigia”. Non è un caso che il protagonista Marco Cavalli si ritrovi durante tutto il film a pranzare o cenare dinanzi a piatti gustosi e pregiati, sinonimo perfetto di uno status sociale cinico e annoiato.

Il film di Enrico Iannaccone è diverso, propone una Napoli differente rispetto a quella che il piccolo e il grande schermo ci propinano costantemente: La buona uscita non è la solita storia che vede protagonista la Camorra, ma si focalizza sul potere non del tutto pulito della piccola borghesia, più precisamente di due fratelli che hanno come unico impegno sociale quello di gonfiare conti e moltiplicare denaro senza guardare in faccia nessuno, con un’arroganza quasi perfetta. Cavalli interpreta in modo davvero ordinato il ricco fratello maggiore, che vive senza problemi la noia di chi non ha mai realmente lavorato e ha gestito come un giocattolo l’azienda di famiglia portandola al fallimento. Ad assumersi le responsabilità dalle quali fugge costantemente Marco sarà Lucrezia (Gea Martire), una professoressa di economia non estranea a questa Napoli ricca di vizi, tanto da essersi meritata l’appellativo di “ninfomane”.

I due protagonisti, storici amici di letto, nascondono in questo rapporto il desiderio oramai utopico di amarsi nella loro solitudine ideale, finendo così per non avere né il coraggio né la reale voglia di stare insieme. Marco, d’altro canto, è un ragazzo che in maniera quasi provocatoria sorride sempre e vaneggia il proprio ottimismo nel vivere bene, riuscendo a godere anche di cose povere come di un banale tramonto. Ma questo suo ottimismo, che spaccia come qualcosa di necessario ai “normali cittadini”, può essere considerato tale anche dalla società che lo circonda?  Il film si regge infatti su due simboli emblematici: la presenza del sorriso e la figura del cibo; gli elementi essenziali che, per chi può permetterseli, aiutano sempre a cavarsela in maniera pulita nelle situazioni spiacevoli.

La buona uscita rispecchia a pieno l’idea del giovane regista Iannaccone di un cinema cinico e vero. Nonostante non goda di grandi colpi di scena, la pellicola, per chi non si è posto aspettative troppo elevate, scorre in maniera piacevole grazie a un puro realismo che riesce ad affamarsi talmente tanto da invogliare lo spettatore a consumare un buon pasto dopo la visione: probabilmente non per tutti sarà pesce fresco e Champagne, ma anche una birra e un panino possono saziare come l’improvvisa voglia di verità.

Fabrizio la Sorsa