Voto

7

Victor (Daniel Auteuil) è un ex fumettista allergico alla tecnologia e al progresso. Tra lui e la moglie Marianne (Fanny Ardant) sembra essersi persa del tutto la sintonia. Lei, una psicanalista col vizio di ricondurre tutto a Freud, ha saputo accogliere nella propria vita le innovazioni digitali (anche quelle più strampalate) e non sembra essere più compatibile con un uomo burbero e scettico come lui, che è lontanissimo anche dal figlio (Michaël Cohen), impegnato proprio a costruirsi una carriera in questa nuova, e per il padre incomprensibili, industria culturale. Il film di Nicolas Bedos indaga quindi le dinamiche di uno scontro tra persone che non è solo generazionale ma si estende all’intera società, tra chi ha fatto pace col proprio trascorso e ha accettato che gli anni di gioventù siano ormai lontani e chi invece si ostina a voler vivere nel passato.

A un certo punto, però, la pellicola muta forma e innesca un gioco di finzione nella finzione. Antoine (Guillame Canet) è il direttore di una bizzarra agenzia che si occupa di costruire messinscene dettagliate di eventi passati, servendosi di scenografie accurate e attori ben indirizzati e grazie a lui il protagonista può tornare al 16 maggio 1974, nel bistrot La Belle Époque di Lione: è qui che ha incontrato Marianne per la prima volta. Questa esperienza comporta per Victor una radicale presa di coscienza, permettendogli di rivalutare il presente e di innamorarsene. Ed ecco che La Belle Époque cambia registro e si rivela una commedia romantica.

Presentato in anteprima a Cannes 2019 e poi alla Festa del Cinema di Roma, La Belle Époque è un film narrativamente sfaccettato, ben calibrato negli intrecci ed eccentrico, come lo sono i suoi personaggi, i cui interpreti rischiano a volte di sfociare nell’overacting. Un’esagerazione che tuttavia non disturba, amalgamandosi con coerenza ai ritmi incalzanti e frenetici di una commedia trasformista e costantemente sovraeccitata, anche nei suoi punti più teneri e malinconici.

Francesca Riccio