Voto

6

Fedele al cartone del 1991, forte di una scenografia mozzafiato e di una minuziosa cura del dettaglio, La bella e la bestia di Bill Condon riscrive la fiaba in chiave postmoderna.

Il regista insiste sul ruolo del passato nella connotazione psicologica dei personaggi, le cui specifiche singolarità vengono messe in risalto da una sceneggiatura a tratti stereotipata e forzatamente realistica ma nel complesso efficace. Interessante notare la maturità della trama, che rappresenta il vile e l’infimo come dirette conseguenze di vissuti spiacevoli, destinati a essere puniti dal fato quale principio trascendente che agisce sulle vite dei protagonisti in vista del loro bene. Il film inneggia così all’amore come fine ultimo dell’esistenza, fonte imprescindibile di felicità e salvezza, finendo però per rivestire la pellicola di una patina di fastidioso politically correct.

Il successo della pellicola risiede soprattutto nell’essere una scappatoia allegra e surreale dal grigiore della realtà, che lo spettatore può percorrere al fianco dei personaggi a cui si è affezionato fin da piccolo, con i loro abiti sfarzosi e la loro gestualità eccentrica.

Federica Romanò