Voto

7.5

Da domani in sala per soli due giorni, L’uomo che rubò Banksy (2018) di Marco Proserpio, in collaborazione con Rai Cinema e Sky Arte, è un documentario che indaga la street art e quale sia il suo valore politico, sociale e culturale oggi. Banksy, e come lui molti altri artisti, hanno rivestito per la collettività un ruolo-guida, legittimando una volta per tutte la street art come strumento di lettura, analisi e denuncia del mondo non dissimilmente dalle forme artistiche più convenzionali.

Il film di Proserpio racconta le dinamiche e le conseguenze dell’incontro-scontro tra Bansky e la Palestina del 2007, quando l’artista aveva scelto come supporto delle sue opere alcuni edifici del luogo, portando l’attenzione del mondo sul conflitto in corso. Tra i vari soggetti, uno in particolare aveva colpito l’opinione pubblica: un soldato israeliano che controlla i documenti a un asino. Tra chi la considera dissacrante e chi geniale, l’opera fa ancora oggi discutere molto sul messaggio che ambisce a veicolare.

Ma il fulcro del racconto va oltre le opere in sé e si incentra sulla possibilità di una vita “oltre la strada” per i graffiti di Banksy, riflettendo sul legame ancora da definire tra street art e mercato dell’arte. Può esistere un mercato per le opere di steet art? Estrapolarle dal contesto in cui sono nate, ovvero la strada, per sottrarle a un inevitabile deterioramento, è un’operazione eticamente corretta?

La  voce narrante di Iggy Pop guida lo spettatore lungo questo percorso di riflessione, cercando di trovare le risposte seguendo le opere di Banksy dalla Palestina all’Europa e fino agli Stati Uniti. Perché il mondo dell’arte si sta trasformando, e anche i suoi protagonisti.

Mattia Migliarino