Voto

8

Camille e Axéle sono due giovani artiste francesi. La prima scrive, o meglio tenta di farlo, dopo tre anni di blocco creativo. La seconda è una fotografa cinica e determinata. Entrambe fanno domanda per una borsa di studio all’Accademia di Francia a Roma e vengono prese per trascorrere un anno a Villa Medici. È proprio da questo luogo di memoria e storia sul colle del Pincio che ha origine L’indomptée, primo lungometraggio di Caroline Deruas – disponibile sul portale del festival di cinema europeo ArteKino Festival fino al 30 aprile.

Il film, nato dall’esperienza reale del periodo trascorso da Deruas a Roma, racconta un momento di passaggio vissuto in prima persona dalla regista e sceneggiatrice. In questo senso, le due donne protagoniste, non sono che le proiezioni fantasmatiche dell’identità della regista: la paura che pietrifica il processo creativo e la smania del successo a tutti i costi. Camille, sorta di uccellino ferito nelle mani di un marito narcisista che ne ostacola la carriera. Axéle, fiera leonessa indipendente e impavida nonostante le ferite pregresse di un corpo zoppicante. Figure che si completano nella loro intercambiabilità, in cui la debolezza psicologica dell’una diventa forza nell’altra.

Come istantanee nella fase di sviluppo in una camera oscura, nel tempo circoscritto dei 365 giorni di residenza, i personaggi si muovono nella cornice del luogo nutrendosi della vitale incertezza del futuro. In un’atmosfera a tratti surreale, in cui il passato di grandezza aleggia nei labirintici viali alberati intorno alla villa, Camille e Axéle sperimentano la passione e il desiderio e le aspettative e la rabbia annesse al mestiere che hanno scelto. La villa si fa spazio della metamorfosi, di rifugio e cambiamento, tessendo una profonda riflessione sulla connessione inseparabile tra arte e vita.

Angela Santomassimo