Voto

7

Un film che riporta la presunta visione della Madonna in uno sperduto paesino del sud della Francia fa tanto pensare al secolo scorso e all’ennesimo tentativo di santificare luoghi e persone. Tuttavia, l’intenzione de L’Apparizione è tutt’altro che celebrativa. Affidando i ruoli principali a Vincent Lindon, nei panni di un giornalista di punta, e Galatéa Bellugi, interprete della veggente Anne, il regista francese Xavier Giannoli si concentra su un miracolo sospetto che il Vaticano decide di esaminare attraverso un’indagine canonica. Tra le finalità del plot serpeggia l’intenzione di instillare costantemente il dubbio circa le affermazioni di Anne, coinvolgendo lo spettatore in una buona dose di scetticismo.

Il nucleo della pellicola sta tutto in un groviglio di domande che riflettono sul profondo bisogno che ognuno noi ha di credere in qualcosa. Quando però la fattualità degli eventi si scontra con i dogmi religiosi, in un miscuglio di misticismo e mistificazione, ecco che i gangli dell’intreccio verità-fede si sfibrano e si innesca una serie di domande sorrette da uno sviluppo narrativo da thriller che ne regola con precisione l’andamento.

La scelta di una tematica pop e già ampiamente solcata permette al regista di prendere le distanze dal canovaccio più classico e sviare verso un percorso poco battuto e personale. Ma proprio quando il climax è zenitale e le musiche di Arvo Pärt si compiacciono in una fotografia fremente e vigorosa, Giannoli perde l’orientamento. Senza una chiara motivazione, fa a brandelli le suggestioni emotive dello spettatore e decidere di chiudere con un finale esplicativo, che invece sarebbe potuto rimanere nel vago oppure, al contrario, avrebbe potuto riportare la vicenda al punto di partenza come in Lourdes (2009) di Jessica Hausner. Curioso il riferimento a I 400 colpi nella chiusa: un coup de maître che porta lo spettatore a focalizzarsi sulle rivelazioni della giovane Anne. Ed è questa chiave interpretativa del film, in una composizione ad anello che apre e chiude su un agnello sacrificale messo alla sbarra, come l’Antoine di Truffaut.

Agnese Lovecchio

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