“I’m so happy because today I’ve found my friends, they’re in my head”. Boddah è l’amico che Cobain non ha mai avuto nella realtà: un intimo confessore, una figura a cui aggrapparsi nei momenti più difficili dell’esistenza e diventata preponderante proprio nel periodo in cui i genitori del piccolo Kurt decidono che le cose non funzionano più e divorziano. Non si sa se il piccolo Cobain inizi a parlare con un personaggio immaginario perché la madre lo imbottisce di Ritalin per combattere la sua iperattività oppure per fuggire da una realtà in cui nessuno sembra interessarsi a lui, l’unica certezza è che la figura di Boddah è una costante nella vita di Kurt Cobain “essere umano” prima dell’avvio del suo percorso come artista, così come raccontano più autori (in Italia ricordiamo il volume Nevermind del 2014 realizzato dal fumettista Tuono Pettinato). 

La famosa lettera rinvenuta il giorno del ritrovamento del corpo dell’artista nella serra della sua casa  sul Lago Washington si apre con l’intestazione al destinatario “To Boddah pronounced”. Queste tre parole contribuirono a costruire quell’aura di leggenda attorno alla figura di Kurt Cobain e alla sua morte, così come sempre avviene quando si tratta di personaggi entrati prepotentemente nell’immaginario collettivo di una generazione (e di quelle successive). Subito dopo la morte dell’artista, infatti, in molti si precipitarono a sottolineare che Cobain moriva all’età di 27 anni, anno di vita considerato maledetto a causa della morte di altri mostri sacri del rock come Jones, Hendrix, Joplin e Morrison: il “Club 27”. Esilarante ricordare che “La Stampa” solamente un mese prima, quando Cobain fu ricoverato all’Umberto I di Roma per overdose, scrisse: «Kurt Cobain probabilmente ce la farà, nonostante abbia tentato di onorare al meglio la sua missione: anche lui ha ventisette anni, la stessa età che avevano Janis, Jimi e Jim quando “irruppero all’altra parte”. Ma è difficile sostenere che, ingerendo qualche grammo di Roipnol in più, sarebbe passato direttamente dal secondo disco al mito». Sorvolando sull’approssimazione che fin dagli anni Novanta caratterizza gran parte della stampa italiana in merito alla musica indipendente – i dischi all’attivo erano quattro, compresa la raccolta Incesticide –, l’addio al mondo di Cobain tramite la sopracitata lettera a Boddah rappresenta in sé un prodotto artistico (sebbene non cercato).

In uno dei passaggi più importanti della lettera Cobain scrive: “Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio, quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così”. I Queen sono stati un tassello fondamentale nello sviluppo della coscienza musicale di Kurt Cobain. In un’intervista con il giornalista Michael Azzerad, l’artista dichiara che da piccolo più di una volta aveva scaricato la batteria del van per ascoltare News of the World (album dei Queen uscito nel ‘77) mentre aspettava che il padre uscisse dal lavoro.

Risulta emblematico che nella vasta produzione della band britannica sia stato proprio News of the World a catturare l’attenzione di Kurt: si tratta dell’album dei Queen che più di tutti risentì del periodo storico in cui nasceva, ovvero il 1977, l’anno musicalmente più significativo nella storia del rock (e non solo). È l’anno che consacra il successo del punk. Improvvisamente la sinfonicità e la tecnica compositiva che avevano caratterizzato la produzione dei Queen si rivelano un potenziale fattore di insuccesso: è così che in soli due mesi e mezzo producono un album dagli arrangiamenti meno ricercati e più immediati, riuscendo a mutare almeno in parte il loro sound e a includervi alcuni degli elementi che stavano determinando l’ascesa del punk.

Anche Nevermind, l’album che consacra i Nirvana, è un album di incontri, o meglio, di sintesi. Ripresasi da un decennio di artificiosità, la musica dei primi anni ‘90 riesce a riportare in auge il rock, quello vero, quello sudato, che aveva militato durante gli anni ‘80 lontano dai club dominati dai suoni sintetici. Si parla del sound dei Sonic Youth, dei Melvins e dei Vaselines, che influenzano anche l’orecchio di Cobain e rappresentano il punto di partenza per la stesura di Nevermind.

Sound e linee vocali punk, melodie e struttura delle canzoni pop: è questa la sintesi che viene realizzata dai Nirvana permettendogli di parlare a un pubblico vastissimo. Il loro carattere pop viene confermato dall’MTV Unplugged del 1993, dove il set acustico non tolse nulla all’immediatezza dei pezzi, anzi, diede loro un nuovo significato, ancora più intimo e sofferto.

Tornando alla lettera, si ricorda anche un’altra famosa citazione in chiusura dello scritto: “It’s better to burn out than to fade away” (“è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”). La celebre frase viene tratta da Cobain Hey Hey, My My (Into the Black) di Neil Young, già citata nella canzone Gimme the Prize dei Queen. L’episodio colpì così profondamente Neil Young che il suo successivo album, Sleeps With Angels, venne dedicato anche al ricordo di Cobain. In realtà l’album era praticamente completato quando il giovane musicista si suicidò, ma Young volle tornare in studio per registrare quella che diventerà la title track: Sleeps With Angels. E Nel brano i riferimenti a Kurt Cobain (e Courtney Love) sono evidenti, sia nel testo (“She was a teen queen, she saw the dark side of life, she made things happen, but when he did it that night she ran up phone bills”), sia nel sound.

Gaia Ponzoni