Voto

9

Flusso di coscienza visivo di una vita frammentaria e turbinosa, Knight of Cups segue le onde emotive del protagonista Rick (Christian Bale) per insinuarsi negli abissi della sua anima tormentata dal vuoto sfavillio contemporaneo. Nel tentativo disperato di risalire in superficie, Rick cerca di aggrapparsi alle donne che segnano le tappe della sua vita, ma si rivelano fallaci tanto quanto le maschere plastificate di Los Angeles e Las Vegas: in un tornado di tragedie, sorrisi, lacrime, passione e disperazione, questi sprazzi di amore, pur nella loro diversità, non sono altro che superficiali tentativi di evasione, corpi e presenze privi di sostanza.

Knight of Cups è la storia di un’anima che non trova pace dall’apatia esistenziale in cui sprofonda sempre di più, stato d’animo trasposto sullo schermo da un magistrale lavoro che coinvolge in un’armonia spiazzante regia, fotografia, colonna sonora e montaggio. La destrutturazione narrativa portata all’assoluto da Malick trova infatti un corrispettivo nei movimenti della macchina da presa, che invano cercano di scuotere Rick, gli ruotano attorno o si identificano con lui tramite soggettive stralunate, ma finiscono per assecondare il suo disorientamento.

La potenza espressiva di Malick travolge così lo spettatore come uno tsunami, gli tiene la testa sott’acqua finché non perde i sensi e si abbandona completamente alla visione. Solo lo spettatore disposto a cedere alla forza d’astrazione di Malick e a rinunciare alla ricostruzione di una sceneggiatura “tradizionale” riuscirà a immergersi profondamente nel film e a entrare in empatia con la stasi esistenziale del protagonista, trovandosi così invischiato in una morsa di angoscia e annichilimento dalla quale sarà difficile divincolarsi.

Benedetta Pini