Voto

6

A tre anni dal suo esordio solista Ian Simpson a.k.a. Kevin Abstract è tornato a firmare un album interamente proprio, dopo aver superato una certa soglia di popolarità con la sua versatile boyband hip-hop, i Brockhampton. Da sempre brutalmente onesto nei suoi testi intimi e minimali, all’interno del gruppo Kevin Abstract ha mantenuto, come gli altri MC, una personalità musicale molto precisa, che va di pari passo con le tematiche affrontate da solo o con il collettivo: l’omosessualità, il sentirsi fuori posto, la nostalgia di un tempo (l’infanzia) in cui le cose erano più semplici, la lotta contro il senso di stardom nel tentativo di mantenere la coerenza coi propri valori – temi che tornano anche in quest’ultimo Arizona Baby.

Per quanto breve e formalmente semplice, l’album è invero ambizioso. Innanzitutto si ha l’impressione che l’intera operazione del disco abbia lo scopo di creare empatia con l’artista (“Teach Me Empathy”, dicono i teaser e il merchandising), separando Kevin Abstract dagli altri membri del collettivo con una forte personalizzazione delle sue paure e necessità; attitudine confermata dalla live di 10 ore #THE1999 su YouTube, una sorta di performance-art digitale che racchiude in parte la missione del disco. Il contenuto dell’album, tuttavia, non rispecchia sempre la sua stessa ambizione: i brani più intimi, che rappresentano la crisi personale attraversata dal rapper, si alternano a pezzi pop o sperimentali, grazie alla produzione del fedele Romil Hemnani, in cui la profondità è sostituita da una semplicità appagante a livello musicale, nonché più vicina al motivo per cui sono grandi i Brockhampton.

Se, per esempio, è chiaro che Corpus Christi e Use Me pongano dei dubbi importanti nei loro testi, è altrettanto vero che Big Wheels, Baby Boy e Peach risultano più orecchiabili, dotate di un maggiore senso compositivo e melodico e di una vena poetica sottile, meno urlata. Insomma, non manca la creatività nella produzione e nell’estetica, ma manca una struttura solida, che aiuterebbe ad avvicinare le varie sfumature interiori del rapper unendole in un’opera coesa e meno palesemente derivativa (OutKast, Kanye West, Childish Gambino, Frank Ocean).

Nicola Settis