Voto

4

Tenersi stretti il trono di acclamata reginetta del pop raramente è un’impresa facile, anche quando il proprio nome d’arte è Katy Perry. Nel 2013 fu PRISM, con alcuni estratti degni di nota (vedi Roar e Unconditionally), a far barcamenare l’artista ancora con dignità tra le classifiche mondiali. Era chiaro già allora, però, che ai fasti sognanti, quasi fiabeschi, dei primi album avremmo dovuto dire addio

Adesso è il turno di Witness, disco maledetto dall’uscita su Spotify in contemporanea alla discografia di Taylor Swift, e che già dalla copertina non fa mistero di uno spietatissimo cattivo gusto. Le quindici tracce, alcune indistinguibili fra loro, suonano sfacciatamente artefatte e discotecare, a tal punto da risultare fastidiose. Un tentativo di reinventarsi come testimone dei nostri tempi, quello di Katy Perry, che però manca di anima e direzione, nonostante le collaborazioni d’eccellenza (Sia e Duke Dumont, per dirne solo due).

La ricerca di un pop impegnato, “purposeful”, si scioglie in modo raffazzonato in brani come Bon-Appétit, dedicato alla mercificazione del corpo femminile. La purezza incantata di quella girl next door con l’aspetto di una pin-up torna giusto con Miss You More e Into Me You See, uniche ballad romantiche che rinunciano a synth e suoni frastagliati. “Can I get a witness?” canta nella title track la pop-star, e sì, è toccato a noi esserlo di una discesa vertiginosa, ormai inarrestabile, di un’artista che fino a non poco tempo fa non avremmo rinunciato ad apprezzare.

Margherita Cardinale