Regista, direttore della fotografia, sceneggiatore e montatore, Karpo Godina si è fatto conoscere a un pubblico di nicchia alla fine degli anni ’60, emergendo come uno dei principali esponenti della cosiddetta Jugoslav Black Wave, corrente cinematografica caratterizzata da un approccio anticonvenzionale, da un humor nerissimo e da una critica serrata della società jugoslava del tempo. All’interno del movimento Godina ha potuto sviluppare una propria sensibilità estetica, definita da un modo personalissimo di servirsi della macchina da presa e da uno slancio di ribellione vicino ai valori della contro cultura jugoslava di fine anni ’60. Dalla sua manipolazione ironica delle immagini deriva infatti un chiaro messaggio politico, una critica nei confronti delle principali istituzioni (uno su tutti l’esercito), delle retoriche e degli ideologismi (da cui derivano i concetti di “fratellanza e unità”) della Jugoslavia socialista.

Un’estetica della politica sovversiva, ottimista e mai cinica, che differenzia i cortometraggi di Godina non solo dai canoni documentaristici tradizionali, ma anche dalle altre produzioni della Black Wave jugoslava: ricchi di una forte critica sociale, finalizzata a indagare i lati più oscuri della modernizzazione socialista, come la disoccupazione e le insicurezze della gioventù, i suoi film enfatizzano la drammatica situazione politica con un montaggio dalle forti sfumature naturalistiche. Ma in questa estetica “grezza” Godina innesta elementi surrealisti, attraverso i quali esplorare le possibilità più ardite del cinema e celebrare con gioia la vita nella Jugoslavia socialista, mentre si prende gioco della rigidità del Governo.

Negli anni ’70 la situazione per i cineasti in Jugoslavia divenne estremamente tesa. Dopo le proteste studentesche e operaie del maggio del 1968 la paranoia si diffuse in tutta la Cecoslovacchia, causando un’ondata di repressione che colpì anche la sfera cinematografica e portò le autorità socialiste a utilizzare il cinema come strumento di diffusione dell’ideologia dominante. In questo contesto Godina dirige tre corti. Il primo è Gratinirani mozak Pupilije Ferkeverk/Fried Brains of Pupilia Ferkeverk (1970), un viaggio poetico di immagini che si svolge in un unico spazio, le saline di Sicciole, dove giovani poeti della compagnia teatrale Pupilja Ferkeverk danno vita a una performance in cui i movimenti manifestano il loro desiderio di libertà e sessualità. Stravagante e magistralmente incorniciato, sarebbe riduttivo descriverlo come un trip di nudisti hippy con i capelli lunghi che amano il mare. Godina mantiene la macchina da presa fissa nello stesso punto per impartire una lezione filosofica: è solo entro certi limiti, all’interno di uno spazio confinato, che è possibile esplorare davvero le capacità e le libertà di movimento della macchina da presa. Il rimando alla situazione di stallo in cui verteva in quel momento storico la Jugoslavia socialista è evidente: cosa succederebbe allora se la nuova generazione decidesse di non aderire all’ideologia imposta e lottasse per ottenere qualcosa di diverso? Non importa quale sarebbe stata la risposta, il film fu tolto dalla circolazione perché avrebbe potuto corrompere i giovani.

Un anno dopo Godina gira Zdravi ljudi za razonodu/Litany for happy people. La camera è ancora fissa mentre immortala diversi villaggi nelle campagne della Vojvodina in Serbia: le varie abitazioni hanno un aspetto molto simile tra loro, ma ogni facciata è dipinta in modo diverso, a rappresentare l’appartenenza etnica di chi vi abita. Tra serbi, croati, ungheresi, slovacchi, romeni, macedoni, russi, tedeschi, rom e altri ancora, si assiste alla meravigliosa ricchezza di costumi, usanze, culture, riti e lingue di chi si spartisce pacificamente quel territorio. Un inno al concetto di “fratellanza e unità”, che lì esisteva davvero. Nel 1972, durante il servizio militare, Godina gira il suo terzo cortometraggio: O ljubavnim veštinama/ On art of love ar a film with 14441 frames, film prodotto dall’esercito jugoslavo a scopi propagandistici. Ma anziché realizzare un cortometraggio bellico, Godina alterna i filmati d’addestramento a scene girate in un villaggio dove vivono 7000 donne nubili, completamente isolate dai soldati, accostando scene di massa con soli uomini e scene di massa con sole donne sullo sfondo di una canzone romantica che continua a ripetere “mille soldati, mille donne, neanche un bambino”. Invece di fare l’amore, i giovani soldati stanno conquistando le colline intorno e le donne lavorano incessantemente. Il film lancia una forte critica contro l’ideologia militare e l’immagine della mascolinità che promuove.

Considerati oggi delle opere pionieristiche del cinema sperimentale, i film di Godina costituiscono una corposa produzione indipendente che riflette con ironia sovversiva sulla contemporaneità e da cui si sprigiona una felicità liberatoria e vertiginosa, che urla una vivace gioia di vivere.

Anna Bertoli