Voto

8

Settimo disco della cantautrice di Mineola, Texas, Kacey Lee Musgraves, Golden Hour è un disco dai toni – e dal colori – delicati e morbidi, circondato da un’atmosfera trascinante e ricamata di melodie innocenti.

Mancante della voracità tipica del sound countryGolden Hour si abbandona ad atmosfere sognanti, che a un primo ascolto rischiano di sembrare adolescenziali, di scivolare in una banalità infantile. Ma Golden Hour è molto di più. In un periodo di grande rinascita per il folk e il country statunitense (basti ricordare i recenti Younger Nnow di Miley Cyrus o Joanne di Lady Gaga), la Musgraves sceglie di prendere in prestito molto dall’ultimo lavoro di Ryan Adams, Prisoner, artista dalla delicatezza maledetta a cui la cantautrice ha già ammesso di ispirarsi.

Prigioniera, anche lei, ma della luminosità cocente del Texas (Slow Burn), la Musgraves esplora gli Stati Uniti con tutte le loro problematiche: ad esempio, le parole di Lonely Weekend “And if my sister lived in town, I know that we’d be doin’ something fun testimoniano l’avvilente vita nelle infinite nullopoli americane disseminate per la Bible Belt.

L’infantilismo del disco è perciò solo un’impressione: brani come Mother e Wonder Woman mettono in luce il carattere e l’identità d’una ragazza in corsa per ritrovare se stessa, per spalancare le finestre della coscienza di sé e rispolverare con dolcezza la propria anima (“I can try to move mountains if you want me tocanta in Wonder Woman).

Margherita Cardinale