Voto

6

Un anno fa Bieber pubblicava Changes: album dai toni R&B che l’artista dedicava alla moglie Hayley Baldwin rompendo così il silenzio che durava dall’uscita di Purpose (2015), quel disco che invece aveva segnato una rottura indelebile con il passato da teen idol, proiettandolo verso prospettive adult pop. Nonostante Changes viva tra alti e (tanti) bassi, ha avuto il merito di svelare un lato dell’artista introspettivo e mai emerso prima, che trova ampio sfogo in Justice nell’inedita condivisione con i suoi fan di paure e amore, di fede e ricordi dolorosi.

2 Much (prodotta da Skrillex) fa da apripista: perso tra synth invadenti e pensieri rivolti alla moglie (“When I can’t feel you I feel out of touch/Two seconds without you’s like two months”) e la voce di Martin Luther King che, proprio all’inizio del pezzo, recita “Injustice anywhere is a threat to justice everywhere” (Letter From Birmingham Jail), ritroviamo Bieber proprio dove l’avevamo lasciato nel 2020: in bilico tra una nuova vita e un passato che lo tormenta. Ricordare Martin Luther King durante l’ascolto di Justice è facile, benché le tematiche trattate dai testi non lo rievochino esplicitamente. In MLK Interlude si può ascoltare infatti un estratto di But If Not, un sermone del ’67, mossa forse poco coerente con la natura disimpegnata dell’album ma apprezzata dalla figlia di King, felice che la voce del padre possa arrivare alle orecchie anche di chi solitamente è poco interessato alla giustizia sociale.

In Justice Justin Bieber si cimenta in espressioni stilistiche diverse tra loro: escursioni pop rock come in Die For You, intrisa di sonorità dal retrogusto anni 2000 fiancheggiate dal rapper di Naples Dominic Fike; synth pop anni ’80, come in Hold On – con un’irresistibile linea di basso che avvolge l’intera traccia – e Deserve You, in cui, sforzandosi molto, si può quasi sentire l’influenza di Peter Gabriel; R&B dalle sfumature religiose (Holy insieme a Chance The Rapper e Peaches con Daniel Caesar e Giveon); fino all’afrobeat di Loved By You feat. Burna Boy. Tra i momenti migliori dell’album appare Ghost, un’altra presa di coscienza dolorosa (“Since the love that you left is all that I get/I want you to know that if I can’t be close to you/I’ll settle for the ghost of you/I miss you more than life”) che, con le sue fondamenta acustiche, trova il proprio equilibrio su una base quasi EDM. Il picco qualitativo dell’album, però, è Lonely, prodotta da Benny Blanco e Finneas, che chiude l’album con un’aspra riflessione sul giudizio di chi ha sempre giudicato spietatamente le sue scelte in giovane età attraverso brevi e intensi versi. “Like lookin’ in a mirror, tryna steady yourself/And seein’ somebody else” e “What if you had it all/But nobody to call?/Maybe then you’d know me/’Cause I’ve had everything/But no one’s listening/And that’s just fuckin’ lonely”.

Durante lo scorrere del disco si ha l’impressione che Bieber abbia trovato la propria comfort zone grazie a una performance vocale equilibrata e consapevole, nel rispetto delle proprie debolezze e punti di forza, senza ricorrere a forzature tecniche (spesso ricorrenti nell’R&B) che avevano caratterizzato Changes. Justice è una tappa fondamentale nella breve discografia di Justin Bieber, l’ennesimo punto di partenza per un performer e autore dal talento cristallino spesso oppresso dalle scomode logiche di mercato.

Christopher Lobraico