Voto

8

Come i racconti di Alice Munro che lo hanno ispirato, Julieta è il film del non-detto, dei ritorni impercettibili, dei lievi cenni, dei soffi di dolore, delle sfumature e delle espressioni silenziose. Seguendo un percorso inverso Almódovar assume ora, dopo quasi quarant’anni di carriera, quella regia classica ed essenziale che è di solito il punto di partenza di molti cineasti. I ritorni del rosso sanguineo ed erotico dell’apertura sono però la rassicurante garanzia che i più tipici tratti del cinema almodovariano non mancheranno neanche in questa pellicola.

La protagonista, sdoppiata nella giovane Adriana Ugarte e nella matura Emma Suárez, non è più l’esuberante e chiassosa donna almodovariana: fragile e tormentata, mantiene però delle “donne del mucchio” e di Pepa quel fascino seducente mai esplicito eppure irresistibile. Gli uomini di Almódovar non sono che accessori della vita delle donne: troppo deboli e incapaci di decidere per se stessi, i personaggi di Julieta non smentiscono questa subalternità rispetto al portento dell’animo femminile.

Un ruolo d’onore è assegnato all’elegante gioco della fotografia di Jean-Claude Larrieu, che scivola sui colori svelandone il significato, e alle musiche di Alberto Inglesias, che caricano di misterioso magnetismo un intreccio altrimenti eccessivamente melodrammatico. Lo spessore della pellicola è in definitiva assicurato dalle citazioni cinefile e dal rigido pessimismo protagonista del devastante flashback che intesse la trama del film, secondo un connubio tra amore e morte tanto caro ad Almódovar quanto alla tradizione del melodramma, qui legittimato e raffinato come forse solo Hitchcock ha saputo fare (Rebecca – La prima moglie, Vertigo – La donna che visse due volte).

Benedetta Pini