Voto

7

Little Oblivions è il terzo album in studio pubblicato da Julien Baker, cantautrice del Tennessee. Già da un primo ascolto del disco, si intuisce subito che è il dolore a caratterizzarlo, così come accadeva per i precedenti lavori in studio dell’artista: Sprained Ankle del 2016 e il meditativo Turn Out the Lights del 2017.

Julien Baker si esprime attraverso la musica sfruttandone fino in fondo i suoi elementi: i brani del disco raccontano infatti storie di sofferenza e disagio interiore e ogni parola è intessuta con l’altra in una trama capace di rendere la cruda e la lucida realtà delle immagini evocate dalla musica, dalle quali non ci si può sottrarre. E come la pioggia che cade impietosa sui corpi non riparati dagli ombrelli, la linea vocale apparentemente semplice che attraversa il disco, aderisce a quella strumentale, prendendo la forma di un flusso scrosciante sopra a un letto di elementi sonori post-rock. L’album si distingue dai precedenti soprattutto perché vede Baker collaborare con una vera e propria band, e con Calvin Lauber e Craig Silvey (The National, Florence & The Machine, Arcade Fire) nella fase della registrazione e del mixing. Durante l’ascolto si percepiscono le venature rock che rendono più corposo il tessuto sonoro, a partire dall’organo che apre Hardline, che prima stride con la voce di Julien Baker che affronta la tematica della violenza e del rapporto tra la vittima e perpetratore, per poi cullarla. Le aperture musicali scandiscono l’album: in Heatwave in particolare fa da contraltare il synth dalle velature lugubri che ben incorniciano l’umore cupo del testo. Song in E invece, si spoglia di tutti gli strumenti, lasciando la voce di Baker sola con il piano, rendendosi così uno degli epicentri emozionali del disco.

Little Oblivions non è la fine di un percorso, e nemmeno l’esorcismo del dolore dell’artista, coperto da un manto spirituale. È, piuttosto, l’ideale colonna sonora per un momento di raccoglimento, in cui l’ascoltatore è invitato a volgere il proprio sguardo verso un passato che non è il suo, ma nel quale, però, può riconoscersi.

Lorella Greco