Voto

7

A due anni di distanza dal precedente lavoro Long City Song, Julia Holter torna più forte che mai. Apparentemente molto semplice, trasparente e delicato, l’album vuole urlare tutto l’eclettismo dell’artista, di cui aveva già dato prova con i suoi precedenti lavori. Aperture e chiusure orchestrali, violini e cori si dimostrano i suoi complici raffinati, i testimoni dell’originalità di queste dieci nuove tracce.

La voce fragile e malinconica di Julia ricorda quella di Nico, e rimanda a quella semplicità emozionante che costituiva l’arma più potente della valchiria bionda e tenebrosa degli anni ’60. Non mancano, però, i toni evanescenti più tipici dell’ambient che rimandano ad artisti come Grouper o Julianna Barwick.

Gli assoli di sax in Vasquez e in Sea calls me home toccano magistralmente, come un canto poetico, quelle corde un po’ dolenti dell’anima, quella wildness che abbiamo tutti e a cui non prestiamo sempre molta attenzione. Have You in My Wilderness è un affresco creato da pennellate decise e delicate al tempo stesso, la fusione di tinte calde e romantiche insieme a tinte più scure.

L’attitudine letteraria e colta dell’album emerge grazie ai testi, che evocano tutta la forza nascosta dietro a un discreto romanticismo un po’ noir.

Valeria Bruzzi