Voto

6

“Squadra che vince non si cambia” ha detto un giorno l’allenatore serbo Boškov. Ecco, forse David O. Russell ha preso il consiglio un po’ troppo alla lettera. Dopo Il lato positivo e American Hustle, infatti, il regista schiera nuovamente in campo il tridente Jennifer Lawrence, Robert De Niro e Bradley Cooper; ma si sa, un buon attacco non vale nulla se dietro non c’è una solida impostazione di gioco.

Russell decide di raccontare una storia ispirata alla vita di Joy Mangano (inventrice del mocio, il rivoluzionario straccio dei pavimenti) e di rappresentare l’ambizione e la forza che nascono dalla disperazione di una donna madre di due bambini, ex moglie di un uomo che dorme ancora nel loro seminterrato, e badante a tempo pieno di due genitori divorziati incapaci di affrontare la vita. L’idea di trasporre il tutto in una commedia drammatica è senz’altro originale. La frenesia che travolge Joy nelle sue infinite occupazioni, lo stress che ne deriva, le opprimenti inquadrature di massa che schiacciano tutti i personaggi e la scelta di dialoghi altisonanti che stridono con il contesto sono tutti elementi che contribuiscono alla buona riuscita del primo tempo di Joy.

La pellicola, però, sembra non riuscire a tenere il passo, e dopo la ripresa inizia a mostrare segni di debolezza: la tensione narrativa via via si perde, si sfilaccia in una trama piuttosto prevedibile e sfocia nella noia. Anche i personaggi secondari – la madre persa nel mondo delle soap opera, la sorellastra egoista e spietata, il padre che vive ormai in simbiosi con una donna nevrotica –, così ben delineati all’inizio, perdono di qualsiasi spessore, lasciando campo libero all’azione della protagonista. E la Lawrence, nonostante dimostri grande professionalità e profondità, non riesce a sorreggere la pellicola da sola.

Ecco allora il fatidico triplice fischio finale, e tutti a casa con un sapore amaro in bocca.

Anna Magistrelli