Spesso parlando di sé Joni Mitchell ha affermato: “Sono prima di tutto una pittrice, poi una musicista.” Un concetto semplice e conciso, ma che mostra l’attitudine di un’artista che ha saputo tradurre in musica immagini pittoriche di vita quotidiana, amori difficili, scelte sbagliate, cadute e rinascite. Se pare impossibile tramutare tutto questo nell’arte, Joni Mitchell riesce a farlo in quel capolavoro unico, senza tempo e abbagliante che esce nell’estate del 1971: Blue rappresenta l’apogeo cantautorale del novecento, alla pari di pochissimi altri album, tra cui l’esordio di Leonard Cohen, Bryter Layter di Nick Drake e un qualsiasi album di Dylan a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Dal natio Canada alla New York del Greenwich Village fino alla California, il viaggio di Joni Mitchell si arricchisce di esperienze che lasciano un segno sempre più marcato, fino a diventare una vivida testimonianza di vita: tre album all’attivo, una storia d’amore tormentata alle spalle con Graham Nash, un viaggio in Africa, l’Europa e poi la relazione con James Taylor, anima inquieta alla pari dell’artista.

Senza nessun tipo di filtro, lasciando trasparire la vulnerabilità, Blue è un manifesto di gioia, tristezza, speranza e malinconia, che quasi stordisce l’ascoltatore per la sua struggente bellezza: chitarre con accordature aperte, pianoforte leggero in accompagnamento e una voce unica, che passa dagli altissimi simil soprano a basse roche, plasmate da infelicità e sigarette, compagne irrinunciabili della ventottenne Joni. L’apertura di All I Want è già d’antologia: senza chitarra durante un soggiorno in Grecia, un vecchio dulcimer da vita alla lista dei desideri dell’autrice che immagina la nuova relazione come un viaggio in cui essere felici, vivere insieme qualsivoglia momento mettendo al centro solo l’amore che accomuna due anime. Little Green, con la chitarra arpeggiata, è il candido racconto della figlia lasciata in adozione per l’impossibilità di mantenerla, che lascia poi spazio alle reminiscenze africane di Carey, di cui racconterà da una stanza parigina nel brano California: registrata in studio con James Taylor, è un flusso di coscienza senza freni sul desiderio di tornare a casa e sulla breve storia con Cary Raditz, con rimandi a Graham Nash e sofferte ammissioni di colpe, sublimate da un dolcissimo “Will you take me as I am?”.

L’ennesima fuga in River (che si apre rielaborando il piano di Jingle Bells), la splendida chiusura di The Last time I saw Richard e la titletrack costituiscono ulteriori momenti di pregevole fattura prima di lasciar spazio al picco qualitativo dell’album, A Case Of You: “Just before our love got lost you said, I am as constant as a northern star, and I said, Constantly in the darkness, where’s that at? If you want me I’ll be in the bar”. Un incipit sublime, che racconta la fine amara di una relazione sotto le note di una ballata acustica aperta da un riff lento, dove la voce di Mitchell si destreggia tra alti vibrati e una tonalità quasi candida nello struggente e dolcissimo ritornello. Blue è un monolite eterno, da costudire con cura: il quadro perfetto di un’autrice onesta nell’osservare paure e debolezze, capace di mettersi a nudo quando è alla deriva, ma convinta e speranzosa di spiccare presto il volo. David Crosby in un’intervista del 2015 al magazine britannico Uncut disse “I think in a hundred years they’ll look back and say, ‘Who was the best writer?’, and I think it will be Joni. She’s as good a poet as Bob (Dylan), and she’s a way better musician”. Difficile dargli torto.

Gabriel Carlevale