Voto

7

Joker di Todd Phillips era uno dei film più attesi del mese, tanto dai fan del mondo DC Comics, quanto dai non cultori del genere, specialmente dopo essere tornato a casa vincitore dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La critica si è da subito spaccata in due, tra chi lo ha applaudito come un capolavoro e chi lo ha definito un film superficiale e sopravvalutato. Sicuramente Joker, nel suo genere, è un prodotto valido, ma solo ed esclusivamente all’interno di questo contesto. Il film è una sorta di anomalo percorso di formazione: aspirante step-up comedian e clown fallito, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) si trascina per le strade di un mondo crudele che da sempre lo opprime. Fino a che, Fleck, uomo tranquillo e di animo buono, ma afflitto da gravi disturbi psicologici, decide di assecondare le storture della propria mente nel tentativo di sopravvivere in una società spietata, tramutandosi nel Joker.

L’operazione di Phillips è inedita all’interno del panorama dei cinecomic, che inaugura un nuovo modo di affrontare il cinere, molto più intimo e profondo rispetto a quanto siamo abituati di fronte ai film supereroistici. Le scene di azione tipiche del genere ci sono, ma meno sovraccariche di effetti speciali e, soprattutto, non sono loro a costituire il principale motore del film. Per una volta, infatti, il supercriminale di Gotham City non è alle prese con macchinazioni e piani diabolici: la lotta tra il bene e il male non si realizza nello scontro tra Batman e Joker, ma nel rapporto che il protagonista intrattiene con se stesso. Per questo motivo no, il film non funzionerebbe allo stesso modo anche se si trattasse di un qualunque altro personaggio e di un qualunque altro genere cinematografico: Joker non può essere recepito come uno studio approfondito sulla malattia mentale e non è di un essere umano che stiamo parlando.

Joker è sì il prodotto di una società crudele, ma si tratta di una società fittizia, che esaspera tratti insiti nella nostra. Nel momento in cui la sua “trasformazione” è completata, Joker diventa l’incarnazione del caos e dell’agire con crudeltà, ma per una volta non esclusivamente per il gusto di farlo, sollevando un dibattito sull’emarginazione delle persone affette da disturbi mentali e comportamenti deviati, i cosiddetti “matti da legare”. Il finale del film, di cui non riusciamo neanche a cogliere le coordinate temporali, dimostra comunque quanto la mente del Joker sia, in fin dei conti, imperscrutabile e una risposta al motivo che innesca le sue azioni deliranti non lo troveremo mai. Abbiamo visto quelle che sono le vere origini di Joker o solo quello che lui voleva farci vedere?

Lo stesso discorso vale per Gotham City: il richiamo alla New York degli anni 70 tipica dei gangster movie, di cui Scorsese è il principale riferimento, non mette le due ambientazioni sullo stesso piano. Gotham City è la macchietta di quella New York, lo stereotipo di una città in cui la gente pensa male e agisce male. Ma non dimentichiamo che, da sempre, è proprio questo che è Gotham City: una città maledetta, la sola in grado di far nascere un criminale come Joker ma anche un eroe per difenderla (Batman). Non si può valutare un cinecomic pretendendo che non lo sia, e in questo ha sbagliato per primo il regista stesso, perché se Joker non è “quel” Joker dei fumetti, allora tutto l’impianto filmico crolla e perde di credibilità.

Giulia Crippa