Voto

5

Johannes Betzler detto Jojo Rabbit, un ragazzino biondo austriaco di dieci anni, deve il suo inglorioso soprannome a un rito di iniziazione fallito: al primo campo d’addestramento con la gioventù hitleriana, non riesce a portare a termine l’incarico di sgozzare un tenero coniglietto. Affamato d’ideali, Jojo appaga il proprio desiderio di legge, di una guida che lo protegga dal baratro di angosce invisibili e invincibili, sostituendo al padre un singolare life coach immaginario: nientemeno che il Führer in persona.

Commedia nera sul fantasma mai estinto del Nazismo, Jojo Rabbit del neozelandese Taika Waititi (padre maori, madre ebrea) è in realtà un candido racconto di formazione che, in ottemperanza alla sua vocazione fiabesca, mescola riso e lacrime. Il giovane protagonista abbandona progressivamente le sue fanatiche fantasie di superomismo grazie alla lezione d’umanità dell’energica mamma Rosie (interpretata da Scarlett Johansson, per il ruolo candidata agli Oscar) e all’incontro salvifico con Elsa, una coraggiosa ragazzina ebrea che ama la poesia. Quando lo sguardo di Jojo riesce ad aprirsi, a sollevarsi al di sopra e al di fuori di sé, lo spauracchio della fascinazione totalitaria si riduce a ben poca cosa e persino un duro e puro come Adolf Hitler si rivela nella sua natura di messia improvvisato che offre fragili promesse di grandezza.

Il film, discontinuo nel ritmo e retorico nella scrittura, ricorre a un cromatismo alla Wes Anderson per camuffare, dietro l’estetica manierata, un’inconsistenza ideativa. La nota prevalente nell’andamento rappresentativo è, infatti, sentimentale al limite della melensaggine e, pur nelle apprezzabili buone intenzioni, viene da chiedersi a cosa serva incidere il buco nero del Nazismo se lo si fa con un bisturi smussato. La dimensione satirica resta in potenza, sacrificata a un imperativo di semplicità che, a un più sottile e incisivo puntello critico, predilige l’edificazione morale, la sterile esaltazione di nobili sentimenti e di nobili principi. Il risultato è un’opera scolastica, che non sa interrogare lo spettatore.

Carolina Iacucci