Voto

8

10 giugno 1984. Si gioca la finale del Roland Garros: John McEnroe sfida Ivan Lendl. Il primo ha perso solo tre volte nelle ultime ottantacinque gare disputate, il secondo ha perso quattro finali su quattro nei grandi tornei. A filmare i tennisti movimento per movimento c’è Gil de Kermadec, che custodirà un’enorme quantità di materiale per oltre trent’anni. L’operatore s’invaghisce in particolare di McEnroe: così imprevedibile, perfetto, stizzoso. Di lui conserva primi e primissimi piani, inesauribili piani sequenza e persino qualche sguardo infastidito in macchina.

Julien Faraut riprende in mano il girato di de Kermadec e gli scarti di produzione archiviati con titolazioni bizzarre e nevrasteniche (“colpi di McEnroe”, “litigi di McEnroe”, “inquadrature a mezzobusto di McEnroe”) per plasmare un discorso filmico di oltre novanta minuti in cui si ripetono gli stessi movimenti, le stesse battute fino alla nausea, fino all’alienazione. Le sequenze si alternano senza una concatenazione plausibile, dissolvendo ogni costruzione narrativa.

Ne viene una sorta di flusso di coscienza (coscienza fusa del regista, di de Kermadec, di McEnroe) il cui proposito è tutt’altro che testimoniale: John McEnroe – L’impero della perfezione non parla di tennis. Parla dell’istante in cui McEnroe ha rischiato di travalicare i limiti dell’umano portando a termine l’annata perfetta, portando la sua arte (il tennis) al massimo grado, che non appartiene al nostro genere. Parla della bellezza della sua caduta, di una sconfitta a cui nessuno volle credere – e che ancora oggi, confessa il tennista, non gli permette di dormire la notte.

Ambrogio Arienti