Voto

7

In Grey Tickles, Black Pressure le massicce dosi di elettronica a cui John Grant ci aveva abituato con il precedente Pale Green Ghosts non vengono meno, ma si mescolano a un songwriting ancora più adulto e sincero.

Dietro a qualche synth glaciale, a un sound energico e a una voce profonda, John Grant si fa diarista della propria condizione con la grinta di chi nella vita di colpi ne ha incassati tanti. Amori tormentati e infelici, un passato imbevuto di alcol, droga e la positività all’HIV – temi che hanno nutrito i suoi primi dischi – persistono, ma Grey Tickles, Black Pressure va oltre: l’atmosfera non è più occludente e oscura, Grant autoironizza sulla propria condizione di ultra quarantenne, e lo fa partendo dallo stesso titolo. “Grey Tickles” è, infatti, la traduzione di un’espressione islandese equivalente a “crisi di mezza età” e “Black pressure” è la traduzione dal turco “incubo”: nient’altro che un sonoro schiaffo all’età che avanza inesorabile.

Il risultato è un disco lunatico, dolceamaro, in cui un pathos dolente viene preso per mano da un pungente umorismo. Ed è forse l’album più positivo dell’artista.

L’album si chiude e si apre con due brani, Intro e Outro, fatti solo di parole recitate che celebrano l’amore e la sua forza. In Intro è la voce matura di Grant a parlare disturbata da suoni distorti e angoscianti e da altre due voci, di lingue diverse, che diventano sempre più lontane.

Gli altri dodici pezzi, irriverenti e ironici, parlano dell’amore corrotto dal dolore, dalla gelosia e dalle incomprensioni. Ed è in Outro che quelle stesse parole riprendono vita nella voce di un bambino: chiara e pulita, non è inquinata da altre voci né da alcuna distorsione, a rappresentazione della volontà di tornare a una purezza originale e alla spensieratezza, prerogative essenziali per guardare l’amore senza riserve.

Valeria Bruzzi

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