Durante la Golden Age di Hollywood il cinema non fu solo una fabbrica di sogni, ma si fece espressione dei fenomeni sociali e culturali del tempo. Tra fine Ottocento e inizio Novecento le città si espandono notevolmente e aumentano di conseguenza le occupazioni professionali in ambito commerciale e dei servizi. È in questo contesto che nasce una nuova figura femminile, una new woman che sceglie di allontanarsi dagli affetti e dal luogo di origine non per sposarsi e costruire una vita familiare come da tradizione, ma per cercare il proprio spazio nella metropoli, acquisendo autonomia ed emancipazione attraverso una propria carriera lavorativa. Come spiega Veronica Pravadelli ne Le donne del cinema. Dive, registe, spettatrici, il cinema americano classico degli anni Venti e Trenta ha saputo assorbire questo cambiamento sociale, raffigurandolo attraverso il personaggio della working girl. Tra le principali interpreti di questa nuova figura femminile che invase il grande schermo spicca Joan Crawford, la diva che ha spesso interpretato ruoli di donne dalle umili origini che tentano l’affermazione e il riscatto sociale attraverso il lavoro in città. Per questo si guadagna il titolo di Queen of the working girls: non solo icona cinematografica e simbolo di una nuova rappresentazione della femminilità – si pensi a film come Il romanzo di Mildred (Michael Curtiz, USA, 1945) –, ma anche donna forte, dedita al lavoro e ambiziosa sul set e nella vita privata.

Nata Lucille LeSueur in Texas e segnata da un’infanzia difficile, Joan Crawford inizia da giovanissima la sua carriera artistica come ballerina e approda presto a Broadway, avvicinandosi prima ai teatri e poi alla tanto sognata Hollywood. Arriva lì nel 1924 grazie a un contratto offertole dalla MGM: è questo l’inizio di un percorso professionale nel mondo del cinema che la porterà ad affermarsi come diva intramontabile. Una carriera dalla durata decennale fatta di alti, bassi e grandi rilanci grazie alla capacità dell’attrice di reinventarsi continuamente, adeguandosi di volta in volta alle innovazioni tecnologiche e ai cambiamenti sociali che necessariamente influirono sui prodotti cinematografici. Joan Crawford è stata, ad esempio, una delle poche attrici capaci di sopravvivere al passaggio dal muto al sonoro senza perdere minimamente la sua popolarità: proprio come le working girl che amava tanto interpretare, si è fatta da sola, “nessuno ha deciso di far diventare Joan Crawford una star, Joan Crawford è diventata una star perché Joan Crawford ha deciso di diventare una star” – come dichiarò la sceneggiatrice della MGM Frederica Sagor Maas.

Con l’indipendenza economica acquisita grazie alle possibilità offerte dalle metropoli, le new woman ottengono anche una nuova libertà sessuale, esercitata attraverso un utilizzo più cosciente del proprio corpo e l’esercizio di pratiche sessuali considerate allora trasgressive. Tuttavia i pregiudizi nei confronti di un comportamento meno consono alla moralità dell’epoca attira su Joan Crawford voci e pettegolezzi sulla sua vita sessuale. Con quattro matrimoni alle spalle e diversi tradimenti, si è tanto parlato della sua relazione extra coniugale con Clark Gable, ma anche di serate appartata con alcune colleghe come Tallulah Bankhead o Marilyn Monroe. Un erotismo libero, consapevole e spregiudicato di cui Joan Crawford si serve apertamente per raggiungere i propri obiettivi: “Non avevo mai incontrato tanta audacia femminile. Mi confrontai con una donna che inse guiva quello che voleva con un approccio maschile al sesso”, disse in proposito il Vincent Sherman.

Ma nel 1959 tutto cambia: quando il suo quarto e ultimo marito Alfred Steele, dirigente della Pepsi Cola, muore a causa di un arresto cardiaco, Joan Crawford si ritrova sola e piena di debiti. Le viene concesso di occupare il posto rimasto vacante nel consiglio di amministrazione e decide di rimboccarsi le maniche: possedeva ancora il valore della sua immagine e l’approvazione di un certo target di consumatori ed ebbe l’intelligenza di servirsene per rilanciare da un lato l’azienda, dall’altro la sua figura, legandola a un pubblico più giovane e fresco. In quel periodo viaggiò molto per seguire le campagne pubblicitarie Pepsi di cui era protagonista, dimostrando di sapersela cavare anche in un ambito professionale che non le apparteneva. Il sodalizio tra l’attrice e la Pepsi si concluse nel 1973.

È il 1963 quando Crawford torna alla ribalta sul grande schermo, recitando al fianco di Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane? (Robert Aldrich, USA, 1962), ma non ottiene la nomination agli Oscar, a differenza della collega. Proprio nel momento in cui le offerte di lavoro nel mondo del cinema stanno diminuendo per Joan Crawford, capisce che deve approfittare di questa occasione per imporsi di nuovo sulla scena. Così fa in modo di incontrare tutte le altre nominate alla statuetta come migliori attrici protagoniste e si rende disponibile a ritirare il premio al posto loro nel caso in cui non fossero riuscite a prendere parte alla cerimonia. La sua occasione arriva con la vittoria di Anne Bancroft per Anna dei miracoli (Arthur Penn, USA, 1962): in qualità di delegata, Joan Crawford sale sul palco per ritirare l’Oscar, catalizzando l’attenzione su di sé, come aveva programmato, e tornando a imporsi in quell’industria che la stava dimenticando per volti più giovani.

Joan Crawford dedicò interamente la propria vita al lavoro e alla carriera, a discapito delle sue relazioni sentimentali e delle sue responsabilità di madre, tanto che verrà accusata dai figli di aver fallito come genitore, incapace di coinciliare la rincorsa alla soddisfazione lavorativa con la vita familiare. Rappresentò l’archetipo della “donna in carriera”, una figura femminile che era per l’epoca l’eccezione, inevitabilmente giudicata in modo negativo. Oggi gli stereotipi sulle donne che incarnano una simile tipologia femminile, forte e indipendente, sono diminuiti, ma non scomparsi: nonostante le donne studino di più e in ambito accademico ottengano risultati migliori rispetto agli uomini, il mondo professionale continua a essere un campo minato, sul quale gravano pregiudizi e disparità di genere ancora molto forti.

Francesca Riccio