New York, East Village, primavera del 1992. Incastrato tra i grandi palazzi c’è un locale minuscolo, fondato da immigrati irlandesi, che negli ultimi tempi si è fatto un nome tra gli artisti di Manhattan per essere luogo creativo e di scambio di idee. L’insegna, che recita “Sin-è”, espressione gaelica per “ecco, tutto qui”, tradisce e sminuisce l’esplosione artistica che abitualmente avviene all’interno del locale. È lunedì sera, e in un angolo sta in piedi un giovane californiano, vestito di una chitarra color crema, dolce e pulita. Suona canzoni all’epoca sconosciute, alternandole a brani di maggior successo, con una voce carica di emozioni, portate sulle spalle come fardelli e incanalate in qualcosa che va ben oltre la semplice musica.

Le radici di Jeff Buckley sono proprio queste. Fece del Sin-é il suo rifugio, poiché ne amava l’atmosfera intima e la possibilità di giocare direttamente con il pubblico tramite le canzoni. Figlio di Tim Buckley, immenso cantautore folk americano, scelse la carriera da musicista all’età di dodici anni, inseguendola in giro per l’America con studi artistici e, soprattutto, tante storie interiorizzate. Disilluso e tormentato, decise di aprirsi al grande pubblico in un concerto speciale dedicato alla morte del padre, nonostante non avesse con lui un grande rapporto, liberandosi così della sua eredità per seguire un percorso assolutamente personale. La prima apparizione discografica è un live registrato proprio nel locale dell’East Village, al quale seguirà un tour americano ed europeo.

La musica di Jeff Buckley era molto di più di un semplice raggruppamento di suoni. Ballava con la sua voce da tenore, capace di raggiungere note altissime, su arrangiamenti di qualità sia grunge che squisitamente cantautoriali: un’espressione massima dell’alternative rock che riusciva a fondere le tendenze di quegli anni con qualcosa di molto più profondo. La punta di diamante del disco, anche se è difficile individuarne una sola, è costituita dai testi, struggenti e degni dei più grandi poeti, sui quali venivano scaricate incombenze terrene e tormenti di ogni genere vissuti dal musicista. Grace, l’unico album uscito con Jeff Buckley ancora in vita, è un lavoro che ancora oggi fa rabbrividire e viene da molti considerato uno dei migliori della storia. Affrontando temi come l’amore perso (Lover, You Should’ve Come Over, un vero e proprio inno) e la vita ultraterrena (Eternal Life), ogni traccia scuote le profondità degli ascoltatori, e anche le cover che Buckley decise di inserire nel disco sono investite da una purezza e un’impronta personale decisamente sopraffina (Hallelujah).

Fu il fiume Mississippi a portar via Jeff Buckley mentre fischiettava Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, proprio nel periodo di registrazione del secondo album My Sweetheart the Drunk (che uscirà postumo con l’aggiunta di Sketches nel titolo), tagliando di netto la sua esistenza, vissuta in un tripudio di musica con tutti i suoi chiaroscuri espressivi. Bono, cantante degli U2, definì Buckley “una goccia pura in un oceano di rumore”, e molti artisti odierni lo citano tra le proprie influenze: l’eredità musicale che ha lasciato tocca imprescindibilmente l’anima dei posteri.

Federico Bacci