Riportiamo le parole di Alessandro Gambo, direttore artistico Jazz is Dead, il festival dell’avanguardia musicale, tra sperimentazioni, sonorità contemporanee e ritmi futuristici. Al bunker di Torino dal 27 al 29 maggio 2022.

La scena torinese… quale? Torino in quanto “area geografica” che ospita artisti o Torino come “denominatore” di un certo stile? Non è facile parlarne, c’è tanto, tutto, forse troppo. Una città che da quarant’anni rimane uno dei punto nevralgici della scena underground italiana e sotto alcuni aspetti anche d’Europa, la città delle band che hanno segnato la storia degli anni 90 e 2000,  una città spesso cannibalizzata dai grandi eventi che la occupano temporaneamente per le loro kermesse, una città che ha ospitato grandi dj set, artisti e musicisti, la città dei club e dei lunghi afterhour.  

Le anime sono molteplici, dagli anni ottanta, con il punk, l’hardcore, l’hip hop, i rave degli anni novanta, il clubbing, i festival, le associazioni e i circoli, le piccole realtà e ora, grazie all’arrivo degli studenti fuori sede e ai nuovi immigrati edonisti, la nascita di feste e micro situazioni spontanee assolutamente degne di citazione. Spazio dove artisti, musicisti e amanti della musica e del divertimento scelgono di venirci a vivere perché a Torino si fanno e succedono cose, ed è anche bella.

Oggi Torino è variegata, non c’è una scena che la possa definire, i generi non esistono più, le risse tra rocker e punk, tra fighetti e alternativi sono finite, puoi perderti tra ritmi africani e sud-americani o volteggiare su un downbeat sfoggiando il tuo ultimo vestito vintage, dimenarti tra fluidi rave edonistici, party per neo maggiorenni pronti a spendere tutta la paga per ascoltare il super guest di turno, nottate a colpi di techno in templi industriali. Feste nei parchi pompate da un telefono, feste con la stessa musica che si ripete da vent’anni. Puoi ascoltare jazz al ritmo di posate che si incrociano davanti ad una bistecca o spaccarti le orecchie ascoltando sperimentazioni estreme eseguite in cappelle sconsacrate, bar artistici e salotti (non) per bene. Ancora concerti pop, rock, indie, musica italiana e revival, festival che sognano festival stranieri, festival che dimenticano di essere festival. Le case occupate e i centri sociali. I secchielli e gli spiedini di frutta. Il reggae, i cantautori. Musica e concerti nei cinema, da un balcone e nei musei, si balla al mercato, nelle bocciofile. Musica in vecchie rimesse di barche, società canottieri e ristoranti.

Producer, band e brand, party e dj, ognuno fa il suo e lo fa bene, abbiamo nomi che girano il mondo, abbiamo il mondo che ci ascolta, ma purtroppo la rete non è salda, ci scappa tutto di mano. Torino non esporta stile, Torino importa e rielabora, scrive la sua storia personale e la rilegge ogni sera. Difficile prendersi per mano, il giardino è ben recintato. Manca la coesione, manca la consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca, e non nel bosco, ma lungo un fiume che corre.

Le istituzioni pavoneggiano, spesso immobili, a volte ci credono, creando, immaginando, spesso distruggendo, è tutto sotto i loro occhi, ciechi o abbagliati dalla ricerca costante di una popolarità maggiore, non curanti di coltivare ciò che sta nel sottosuolo, dimenticandosi che sono le radici a tenere in piedi la folta chioma di un albero.  Bisogna spingere forte dal basso. Cultura, cultura, cultura. Bellezza. Divertiamoci. Dobbiamo abbandonare le logiche commerciali e (sub)popolari, non dobbiamo puntare al grande ma dobbiamo partire dal piccolo, coltivare, crescere, valorizzare, condividere, collaborare. 

Sarebbe bello urlare a voce alta Torino è la mia città, Torino è casa mia, siete tutti invitati. Ma siamo torinesi, facciamoci un aperitivo. Il nostro glorioso passato degli anni ’90, dei Murazzi, di Traffic, delle Olimpiadi 2006 e ora di Eurovision ci riempie di gioia e ci riempie la bocca, le pagine dei giornali. Viviamo in un eco stagnante che riverbera ampi cerchi concentrici generati da onanistici movimenti scatenati da un inappagabile gusto per il retrò. Si guarda avanti ma con la retro marcia.

Questi giorni di visione europea, così di respiro internazionale, bellissimi, incredibili, memorabili, sono stati un’epifania per la città di Torino… ma non per la musica.  “Largo all’avanguardia, pubblico di merda. Tu gli dai la stessa storia, tanto lui non ha memoria” e mentre ripetevo incessantemente questo mantra, il villaggio dalla visione internazionale è stato frequentato da circa 20 mila persone al giorno per tutta la settimana e da buon torinese… ho rosicato.

Alessandro Gambo, dj e direttore artistico Jazz is Dead festival, TUM