1. Requiem for a Dream (Darren Aronofsky, 2000)

Aronofsky, nel bene e nel male, è sempre stato un regista interessato a trasporre sullo schermo gli stati mentali dei propri personaggi, rappresentando mondi in cui il tormento è necessario e la paranoia ordinaria, come era quello della danza ne Il cigno nero. Una visione del tutto personale che tratta il tema dell’abuso di droghe e psicofarmaci come qualcosa di quotidiano. In Requiem for a Dream Sara (Ellen Burstyn), donna dolce e ingenua ossessionata dal desiderio di indossare ancora un’ultima volta quel suo vestito rosso che tanto amava quando era più giovane, sprofonda nella dipendenze da pillole dimagranti a base di anfetamine. Marion (Jennifer Connelly) e Harry (Jared Leto), dal viso angelico, sono due tossicodipendenti da eroina e vivono la loro quotidianità cercando, con difficoltà economiche e psicologiche, di sopravvivere alla brutalità della loro esistenza. Un diario di viaggio verso l’inferno.

2. Chapter 27 (J. P. Schaefer, 2007)

Chapter 27 è uno dei film più controversi degli anni Duemila. La pellicola ripercorre gli ultimi giorni di vita di John Lennon, visti dalla prospettiva del suo assassino, Mark David Chapman. Tra dialoghi sconnessi e una maldestra imitazione, l’unica nota positiva del film è l’immedesimazione di Leto nel ruolo del protagonista, efficace da un punto di vista fisico e di atteggiamento. Così commentò l’operazione la vedova Yoko Ono: “Avrei preferito che non fosse girato un film sulla storia di Chapman, anche se simpatizzo con gli attori coinvolti: hanno bisogno di lavorare”.

3. Dallas Buyers Club (Jean-Marc Vallée, 2013)

Ellittico, poetico e sempre in movimento, conferisce autonomia al personaggio di Rayon (Jared Leto, nei panni del transgender Rayon, acquisisce grande autonomia come personaggio, nonostante interpreti la spalla di Woodroof (Matthew McConaughey). Rayon rappresenta infatti il lato fragile ed emotivo degli street-smart Buyers Club, in contrasto con il carattere da rude cowboy ed ex redneck bigotto del suo socio in affari. Nessuna sorpresa quindi per la vittoria agli Oscar di Jared Leto come Migliore attore non protagonista, anche alla luce dello sforzo fisico a cui dovette sottostare per perdere molti chili e meglio rappresentare le conseguenze fisiche causate dal virus dell’HIV.

4. Suicide Squad (David Ayer, 2016)

Quando “Variety” ha annunciato che Jared Leto avrebbe interpretato il nuovo Joker in Suicide Squad, il mondo si è diviso in due, tra chi la considerava una scelta perfetta e chi, invece, la vide come un grande errore. Ma furono discussioni accesesi inutilmente: a Leto fu concesso uno spazio ridotto all’osso che non permise di emergere, rendendo ingiusto il paragone con gli altri attori che hanno interpretato Joker prima di lui. L’interpretazione di Leto, pur nel suo piccolo, è comunque un successo e riesce a conferire al personaggio una certa dose di perversione e deliri. A far storcere il naso è piuttosto il minestrone di colori fluorescenti, tatuaggi e flashback che rende frammentario l’intero film. Se il Joker di Ledger era complesso e sfaccettato, il Joker di Leto appare più piatto e innocuo.

5. Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 sarebbe potuto essere il tipico compitino per scucire soldi ai nostalgici degli anni ‘80, ma Denis Villeneuve ha fatto molto di più: sfruttando i temi sollevati dal film precedente, il regista francese ha continuato il discorso da un nuovo punto di vista, ridefinendone i lineamenti. Filosofico e stratificato rispetto alla pellicola che l’ha preceduto, il film si rivela gradualmente e in modo criptico, senza raggiungere mai la sfacciataggine – più che apprezzabile – del film di Ridley Scott. Leto nei panni di Niander Wallace è algido e affascinante, dominato da una freddezza meccanica.

Daniela Addea