Voto

8

Il significato di questo disco si può racchiudere in una domanda: da quale traccia volete partire per ascoltare Dirty Computer? Che sia la titletrack oppure I Got The Juice (prodotta con l’ausilio di Pharrell Williams, che a metà brano sale in cattedra) vi sembrerà di viaggiare a bordo di una Buick del ‘67 color rosa cipria. Dirty Computer è un tour che a ogni fermata stravolge e ribalta l’esperienza precedente.

Quattordici tracce nelle quali è difficile individuare una precisa identità sonora: si passa dalla chitarra funk di Prince in Kiss (sono i primi accordi di Screwed) al synth pop di Pynk. E se per alcuni può trattarsi di un punto di forza, altri potrebbero trovarsi spiazzati di fronte a tanta abbondanza e varietà di suoni.

La chiave di lettura di questo colorato ambiente che è Dirty Computer va ricercata altrove: nelle tematiche che chiama in causa. Pansessualità, orgoglio afroamericano ed esaltazione dell’io. Il 2018 della musica finora è delle donne, e Janelle Monáe conferma questa tesi: il suo album è un manifesto di libertà assoluta (in ogni sua accezione) che prova a sgretolare molti cliché ormai diffusissimi nella nostra società.

Matteo Squillace

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