Dal lontano 1914 ben venticinque attrici hanno interpretato Jane Eyre, la protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato nel 1847 dall’inglese Charlotte Brontë, ma l’unica in grado di cogliere realmente l’essenza del personaggio è stata l’ultima della lista, Mia Wasikowska, nell’adattamento cinematografico del 2011.

Nel 2009 il regista Cary Fukunaga aveva annunciato di voler sottolineare tutti gli elementi gotici della trama, solitamente omessi in favore di un taglio romantico. La scelta della giovane attrice australiana si è rivelata particolarmente azzeccata, tanto per il suo stile di recitazione moderato ma passionale quanto per la sua bellezza pallida e delicata.

Il risultato è un film che ha reso giustizia al libro da cui ha tratto ispirazione: mancano i dialoghi strappalacrime, mentre vengono riportati fedelmente i bizzarri scambi di battute tra la giovane Jane e il misterioso e tormentato Mr. Rochester (Michael Fassbender), il tutto immerso in ambienti bui e tetri, illuminati solo dalla presenza dei due protagonisti. Come nel libro, è la dimensione psicologica di Jane ad assumere un ruolo fondamentale nella piena comprensione della storia d’amore che la travolge. Il punto focale della trama è proprio questo amore inaspettato che, alla luce delle scelte della regia, si mostra in tutta la sua vera natura, senza tacere una sfumatura ossessiva risolta solo nel finale.

jane eyre

Immaginatevi di trovarvi, all’inizio del XIX secolo, ad attraversare soli la brughiera inglese, silenziosa, brulla e spazzata dal vento, pronti a iniziare una nuova vita al servizio di un padrone che non ha nulla da invidiare a un eroe byronesco. Un’immagine di per sé affascinante, ma allo stesso tempo vagamente inquietante, forse per la vostra solitudine, o forse per il vento che ulula senza tregua tra gli alberi spogli continuando a distogliervi dai vostri dolci pensieri… È proprio questa l’atmosfera che rende il film di Fukunaga tanto simile al romanzo di Charlotte Brontë: tutto viene filtrato dagli occhi di una Jane ancora un po’ impreparata ad affrontare la vita al di fuori del collegio in cui è vissuta, ma determinata ad attenersi sempre ai propri principi morali, anche quando saranno in contrasto con i propri desideri più profondi, e tormentata dalla sensazione che vi sia qualcosa di sinistro nella sua nuova casa. Si crea, quindi, un clima di tensione, in cui si avverte quasi come propria la fatica fisica ed emotiva della protagonista, si vivono insieme a lei ansie, gioie e paure e si aspetta, quasi con timore, il finale.

Ecco come nasce il capolavoro di Cary Fukunaga, denso di passioni tenute quasi sempre sotto controllo e di tensioni silenziose, ma sempre presenti, pronte a scoppiare nel momento più inaspettato. Non sorprende, quindi, come questo Jane Eyre abbia raccolto soltanto critiche positive: per il cast, la sceneggiatura, la regia e la colonna sonora che, firmata dall’italianissimo Dario Marianelli, ha saputo valorizzare pienamente il personaggio di Jane rispecchiandone suoi dubbi, speranze e tormenti.

Insomma, che cosa dire al pubblico al termine della visione? Una sola cosa: chiudete gli occhi e immaginatevi, anche solo per un minuto, di essere di nuovo nell’Inghilterra ottocentesca e di contemplare con sollievo la meritata felicità di Jane Eyre.

Caterina Polezzo

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