In occasione della rassegna organizzata dallo Spazio Oberdan tra il 16 dicembre e il 6 gennaio, molto si è potuto scoprire sul regista parigino Jacques Audiard. Sono stati proiettati ben sette lungometraggi del cineasta francese, tra i quali due mai distribuiti in Italia: il suo primissimo lavoro, Regarde les hommes tomber (1994), e A Self-Made Hero (Un héros très discret, 1996).

Figlio d’arte, esordisce sul grande schermo nell’ormai lontano 1994 inaugurando la sua entrata nel mondo del cinema d’autore con una storia di ricerca di giustizia. Il protagonista, infatti, introduce il tema del labirinto nel quale si può rimanere imprigionati a causa degli accadimenti che la vita presenta. Questo esordio inaugurò i primi di una lunga serie di premi al Festival di Cannes e non solo. 

Con l’evolversi del suo cinema emerge il tema della molteplicità dei linguaggi come indice di riferimento per i diversi livelli di comprensione dell’essere umano; riflessione che emerge evidente ne Il Profeta (2009) e in Dheepan (2015). Sembra, dunque, che a ogni linguaggio corrisponda metaforicamente un livello esperienziale atto a condurre alla comprensione di un idioma inteso, parallelamente alla vita, come uno stato di cose.

Audiard si erge a interprete e rivelatore della società europea contemporanea nella sua operazione di disvelamento della violenza e delle barriere esistenti in una comunità che mira a una perfezione non riuscendo, però, a raggiungerla veramente. Il regista parigino indaga così i problemi e i meandri delle situazioni che si allontanano dalla regolata immagine di facciata a cui ambisce l’Europa: studia i casi limite e li presenta allo spettatore ponendolo innanzi a quesiti che forse non si è mai posto prima. Riguardo a questo ultimo punto è emblematico il film Un sapore di ruggine e ossa (2012), nel quale la protagonista è proprio una contingenza spietata.

Padre di personaggi che si muovono con convinzione, che “vogliono” alla maniera dell’Alfieri e che allo stesso tempo non sono accettati dalla società in cui si trovano, permette allo spettatore di contemplarli profondamente attraverso un uso di riprese che si concentrano molto sulle emozioni dei protagonisti.

La critica sociale efferata tramite la tensione tra la violenza e il coinvolgimento dello spettatore, fa di Jacques Audiard uno dei registi più interessanti della contemporaneità.

Valeria Fumagalli