Voto

8

A sei anni da Blunderbuss e a quattro da Lazaretto, Boarding House Reach è l’opera più audace e bizzarra mai realizzata da Jack White. Audace soprattutto grazie alla sintonia con una band di grandi nomi, formata dai batteristi Louis Cato, Daru Jones e Carla Azar, i bassisti Charlotte Kemp Muhl e NeonPhoenix, i tastieristi Neal Evans e Quincy McCrary, i percussionisti Bobby Allende e Justin Poré, e i synth di DJ Harrison e Anthony ‘Brew’ Brewster, a cui si aggiungono i cori delle The McCrary Sisters, trio gospel di Nashville.

La varia selezione di musicisti provenienti da formazioni diverse rende Boarding House Reach una superba congiunzione di influenze: dall’hip hop al jazz, dal funk al garage rock, fino alle tradizionali incursioni in territori conosciuti come il country e il bluesTredici brani che rendono il disco tentacolare come un Kraken: avvolge e stritola ogni stilema di genere portandolo a uno stato terminale, rendendo ogni traccia un’esperienza estrema, come la soffocante Why Walk a Dog? e gli oltre cinque minuti di Corporation, brano jazz contaminato dal funk di matrice Parliament-Funkadelic.

Funk che ritorna anche in Ice Station Zebra, in cui White si lancia in un rapping folle (“Here’s an example / If Joe Blow says “Yo, you paint like Caravaggio” / You’ll respond “No, that’s an insult, Joe” / “I live in a vacuum, I ain’t coppin’ no one.” / Listen up, son”) e la lucidità di pensiero si fa frammentaria, lasciando l’ascoltatore in preda a un flusso di coscienza tetro ed enigmatico (“Everyone creating is a member of the family / Passing down genes and ideas in harmony / The players and the cynics might be thinking its odd / But if you rewind the tape we’re all copying god”).

Boarding House Reach è un album difficile da assimilare, ma che conferma per Jack White lo status di musicista contemporaneo di culto.

Christopher Lobraico