Voto

5

Sono passati 27 anni, ma Pennywise non se n’è mai andato davvero e Mike non ha mai smesso di presidiare la cittadina. Quando arriva la chiamata, quella che nessuno avrebbe mai voluto ricevere, i ragazzi del club dei perdenti, ormai cresciuti, sanno cosa significa: Pennywise è tornato, e tocca a loro fermarlo. La sua capacità di metamorfosi gli consente di presentarsi a ognuno dei protagonisti nella forma che rispecchia esattamente le loro paure specifiche: li terrorizza, ma li spinge anche a riflettere sul proprio passato, scoprendo dettagli nuovi e decisivi che da bambini non erano stati in grado di cogliere. È in questa consapevolezza che il gruppo ritroverà un senso di unione potentissimo e la forza per scendere nuovamente nella tana della “Mangiatrice di Mondi”, dove affrontare It nell’epico scontro finale.

Perdendosi in una marea estenuante di flashback, il film rimane fedele al capolavoro di Stephen King, ma risulta completamente fuori fuoco: se la trama principale e la caratterizzazione dei personaggi sono riuscite, le metamorfosi di Pennywise vengono ridicolizzate con effetti speciali caricaturali e (volutamente?) comici. Si pensi al rito di Chud messo in atto dai ragazzi per affrontare It nella sua tana. Questa scena nel film perde tutto il potere simbolico di cui era investita nel romanzo: invece di creare un ponte tra diverse epoche per dimostrare la ciclicità della lotta tra bene e male, che accompagna l’essere umano tanto nel mondo dell’infanzia quanto in quello adulto, la situazione si riduce a un tentativo sterile di mettere in scena una pratica leggendaria nativa, senza alcun substrato simbolico.

Il finale abbassa ulteriormente il livello della pellicola: che la battaglia conclusiva possa o meno coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo e dell’azione pura, la durata infinita e la ridondanza delle scelte registiche sono accompagnate da una morale buonista che esula dall’intenzione di King. Il senso di appartenenza a un gruppo e la voglia di riscattarsi erano elementi chiave già nel romanzo, ma il film schematizza queste riflessioni e le svuota in modo semplicistico: la luce che trionfa sempre sul buio, It rappresentato come un bullo da scuola media – passaggio azzardato se pensate che si tratta di un’entità intramondana eterna –, “seguire la propria strada” come mantra che garantisce felicità e successo. Ma la vita vera è molto meno semplice di così: il male, quello profondo, atavico, potente, non si sconfigge a suon di insulti e battute fuori luogo.

Federico Squillacioti