A partire dalle sue origini cantautorali, fino alle derive più elettroniche, il progetto Kettle of Kites ha orizzonti ampissimi, di respiro internazionale. Nato dalle idee del cantante e fondatore britannico Tom Stearn (scozzese, ma cittadino genovese), il gruppo manipola le linee folk in direzioni inedite, creando profondi panorami sonori grazie all’uso di una strumentazione particolare e a un fine lavoro di arrangiamento. Dopo l’uscita del primo disco Loan (2015), Stearn e soci pubblicano proprio quest’anno un secondo lavoro ispirato alle opere fantascientifiche dello scrittore Isaac Asimov. Arrows è un album intenso, intimo e ricco di sorprese sia quando si guarda all’uso che in esso viene fatto degli strumenti, sia quando se si pensa alla scrittura dei brani che contiene. Appena prima che il loro tour europeo faccia tappa al Circolo Ohibò di Milano, il prossimo 14 dicembre, abbiamo fatto una chiacchierata con Tom Stearn e il chitarrista Marco Giongrandi per parlare del disco, della sua ispirazione e di tutte le frontiere che la band vuole attraversare.

Tutto nasce a Genova, dalle idee di Tom, ma tutti voi componenti della band siete sparsi in giro per l’Europa: chi a Bruxelles, chi a Londra. Quanto ha influenzato le sonorità della band questa dinamica di lavoro e l’elemento dell’internazionalità?
Tom: Secondo me ha influenzato sicuramente il processo di scrittura: vedersi due o tre volte a settimana è un conto, lavorare a distanza è tutta un’altra cosa. Ci mandiamo le registrazioni su cui poi ciascuno lavora in autonomia, ci videochiamiamo su Skype. È una fortuna riuscirlo a fare con questi strumenti.
Marco: Il “modello Kettle of Kites” è molto funzionante, lo propongo a band anche della stesa città. Molte volte si tende ad essere dispersivi quando ci si vede sempre, mentre noi quando ci troviamo lavoriamo intensamente per una settimana alle idee che già avevamo sviluppato a distanza. È tutto molto ottimizzato e funziona davvero, anche perché lavorare sui pezzi per tre o quattro giorni ai pezzi ci permette di assorbirli a fondo.
Tom: Lo sviluppo dei pezzi parte dalle mie intuizioni, quando ho un’idea la condivido con i ragazzi e diventa una base su cui iniziare a lavorare. Avere un punto di partenza aiuta a dare una direzione principale. Trovo che sia anche più facile per me, rispetto all’avere tutte le idee del mondo in una sola stanza.
Marco: In questo processo però Tom è molto aperto. Quando lavoriamo insieme ci scontriamo abbastanza: Tom ci sottopone spesso brani che suonano già bene chitarra e voce, in seguito ciascuno propone arrangiamenti e parti che lui ascolta sempre con considerazione. Parlando di internazionalità, sicuramente il nostro essere dislocati ci aiuta a portare dentro al progetto tante scene diverse: Riccardo (batteria), da Londra, porta sfumature diverse rispetto a quelle che porto io dal Belgio e da quelle genovesi di Tom e Pietro (basso). Oltre al fatto che tutti abbiamo le nostre idee. Poi non pensare che in una settimana chiudiamo i pezzi: alcune cose le riusciamo a chiudere, altre le portiamo con noi e continuiamo a lavorarci. Ma non ci diamo mai limiti di tempo quando ci troviamo.

Il vostro nuovo album Arrows ha una chiara ispirazione sci-fi: le idee dello scrittore Isaac Asimov, la concezione del cosmo, lo spazio. Ma com’è nato tutto questo?
Tom: Io sono un grande fan di Asimov, è davvero un genio del genere fantascienza. È iniziato tutto dalla scrittura dell’ultimo brano del disco, Oliver: mi è sembrato interessante lavorare su un’idea particolare, ma anche un modo per parlare di temi classici e umani sotto una luce diversa. Mi piace molto come Asimov li affronta, ma soprattutto mi incuriosiva la possibilità di comunicare all’ascoltatore tematiche come il tempo, l’amore o l’angoscia in funzione di una visione del mondo organica e riconoscibile.
Marco: In Asimov ci sono temi attualissimi affrontati con una profondità incredibile e con dei pretesti narrativi assolutamente brillanti, è questo l’aspetto più interessante. Io personalmente ho scoperto Asimov grazie a Tom e ne sono rimasto molto affascinato: l’idea che ne è nata è stata proporre agli ascoltatori sia la visione dell’autore sui temi affrontati, sia la nostra interpretazione degli stessi e del suo sguardo su di essi.

Il disco è davvero finissimo nella produzione e nell’amalgama degli strumenti: il mix è asciutto, essenziale e risveglia soprattutto memorie folk e cantautorali. Da dove proviene questo gusto in particolare?
Tom: Non so quanto sia una scelta e quanto sia semplicemente come la musica esce davvero. Non penso molto a come potrebbe suonare un brano mentre lo scrivo, lascio sempre che prenda forma in me senza pensare alla resa in sede di produzione, non voglio che quello condizioni eccessivamente la scrittura.
Marco: Tendenzialmente quello che abbiamo suonato nel disco è ciò che suoniamo davvero, non ragioniamo diversamente live e in studio. È tutto qualcosa che possiamo riproporre anche dal vivo, fedele a come realmente lo suoniamo. Poi sono stati aggiunti gli archi e qualche synth, ma la grossa base è quello.
Tom: Poi sicuramente il lato folk è presente in quello che facciamo, ma è interessante come le persone vedono la nostra musica: alcuni dicono folk, altri post-rock, e così via. A noi piace lavorare senza troppi confini da quel punto di vista: ovvio che non stiamo facendo heavy metal o hip-hop, ma vogliamo essere aperti a poter suonare tutto, in acustico e in elettrico. Per me è bello che la gente si faccia idee, ma è sicuramente un disco da ascoltare molto bene, col fatto che non ci sia un genere che aiuti ad orientarsi è molto aperto.

Di folk invece era pieno il primo album Loan, che ha gettato le basi del nuovo disco. Quanta distanza percepite da quelle canzoni, alla luce di questo nuovo lavoro?
Tom: Allora, io ho cominciato a lavorare ai brani che sono dentro a Loan piano piano, in un po’ di anni: è stato come un processo per capire che tipo di musica avrei scritto. Marco non era nemmeno nel gruppo, ma nemmeno gli altri: il progetto è partito da molto lontano, e Pietro è stato il primo ad entrare e ha aiutato nella composizione di alcune parti. Adesso il gruppo è composto davvero dalle persone giuste, c’è vera affinità e la direzione è di sicuro più chiara: in questo senso c’è stata una bella evoluzione rispetto a Loan. Spero ce ne saranno altre! Del resto si cerca sempre di migliorare. Mi sento fiero del primo disco, e stiamo percorrendo la stessa strada, evolvendoci ma in continuità rispetto a quello. Sì, è un po’ più folk ma perché gli arrangiamenti sono meno ricchi, hanno suoni un po’ diversi che tendono più all’intimità.
Marco: Io ho iniziato a lavorare ai Kettle of Kites da fan di Loan: l’avevo sentito ed ero impazzito. Adoro suonare quelle canzoni e ci vedo l’origine  di quello che è stato Arrows poi. Ricordo che quando stavamo facendo le pre-produzioni, io e Tom avevamo idee diverse su alcune parti e lui mi ha risposto “Secondo me tu vuoi fare un altro Loan”: lì ho davvero capito la direzione dei nuovi pezzi ed è stato bello. In realtà poi Giants e Orchid, che sono tra i primi pezzi a cui abbiamo lavorato nella fase Arrows, sono molto vicini a Loan secondo me, poi hanno preso altre pieghe. Ma anche il primo disco aveva momenti diversi e altre direzioni al suo interno.
Tom: La mia idea è la crescita, e si cresce sempre sulla base di quello che c’è già, e non reinventarsi. Poi non era il caso di cambiare completamente rotta con Arrows, soprattutto a livello di live: volevamo perseguire quell’idea e portarla più in là.

Anche gli strumenti che usate nel disco – oltre a quelli di un ensemble rock, anche la chitarra resofonica, il banjo e i synth – evocano una dimensione di cui nella vostra musica si sente soltanto un’eco. Che legame avete con la tradizione, anche strumentale, e con che ricetta si amalgama nelle canzoni?
Tom: Io ho un banjo, è uno strumento favoloso e amo suonarlo a casa. Avevo la resofonica grazie a un amico, ma anche quella la suonavo tantissimo. Quando suoni questi strumenti e ti piace quello che esce è naturale che poi entrino nel progetto, proprio a livello di suoni e di scelte. In the Dome è proprio nata con il banjo: io lo userei molto di più, però è così riconoscibile che rischia anche di dare un’idea sbagliata della musica e un’immagine diversa. È fortemente connotato ed è un peccato: dovrebbe essere solo uno strumento e non qualcosa che porta poi verso una definizione di genere. Anche la chitarra classica fa parte della mia vita, suono quella da sempre, e mi suona in un certo senso normale. Scegliendo i synth invece cercavamo proprio un’amalgama tra la dimensione acustica ed elettrica, quest’idea mi piace moltissimo. Non bisognerebbe precludersi la possibilità di aggiungere strumenti solo per adesione a un genere: quando incontro questi mondi sonori mi si aprono possibilità di cui non voglio privarmi.
Marco: io faccio un po’ il romantico: ho imparato molto da Tom perché è sempre stato curiosissimo con gli strumenti e mi ha coinvolto tanto. Per dire… dal vivo dobbiamo accordare le chitarre ogni due pezzi perché lui ama scrivere come gli viene! Così nel disco sono entrate cose: In Caves abbiamo delle trombe suonate in pre-produzione da Tom, poi le abbiamo abbassate di un’ottava ed è nato questo suono. Si tratta di usare e giocare con quello che abbiamo per poi portarlo live, infatti è sempre un casino cambiare gli strumenti nel set!
Tom: È proprio un giocare e uno sperimentare: prendi uno strumento e vedi cosa succede, è lì che le cose escono senza sforzi e anche una linea semplice può essere interessante, soprattutto se quello strumento non lo sai suonare bene.

L’ispirazione sarà anche sci-fi, ma soprattutto In the Dome smuove un’atmosfera quasi fantasy: potrebbe essere una perfetta colonna sonora di un film. Vista anche le premesse creative del lavoro, quanta influenza esercita la cinematografia sulla vostra scrittura e i vostri immaginari?
Tom: Sai che non sei il primo a dirci che quel brano potrebbe essere una colonna sonora?! In the Dome è un pezzo che parla di contadini e di natura, quindi c’è anche un’affinità tematica con la musica popolare del Medioevo e quell’immaginario della vita a contatto con la terra che si ritrova in molti film fantasy. Però è ambientato su Marte, dove questa gente si trova a vivere la vita quotidiana in un luogo assolutamente distopico. Io sono un fan del genere fantascientifico, ma non tanto di altri generi: amo Star Wars, quello si! Forse, pensando a quei film come 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, delle immagini del genere così mi entrano molto in testa. Però se hanno influito nel progetto, è stato solo inconsciamente. Le immagini che hanno guidato la scrittura del disco sono quelle di Asimov, dei suoi libri e quelle copertine degli anni Cinquanta/Sessanta poi hanno ispirato anche l’artwork di Arrows. In effetti, In The Dome rimanda un po’ ad immagini ariose, panorami vasti e all’aria aperta, ma quello un po’ tutte le canzoni.
Marco: Secondo me la fantascienza piace davvero a tutti noi, soprattutto le grandi pellicole d’autore, però non c’è stato un contatto diretto con quello nella nostra musica, eravamo più vicini alla letteratura. Anche il video di Oliver, che è stato fatto con le immagini del cortometraggio Flatlandia di Emmer, ma è stato qualcosa che è venuto fuori per caso e in generale grazie all’ambiente in cui la nostra musica si inserisce.
Tom: Riguardo al discorso delle immagini con la musica invece, spesso quando scrivo ho un’immagine precisa nella testa che nemmeno saprei descrivere o dire da dove arriva. Nello scrivere Giants avevo questa immagine fissa di una pianura, il sole che sorge con sfumature intensissimi di arancione che battono sulle delle case… mentre so che Marco invece ha un’immagine completamente diversa, ma è questo il bello: che le canzoni danno cose diverse, anche a chi poi ascolta il disco, che immagini hai avuto tu?
Marco: Anch’io in realtà ho una sensibilità musicale che lavora per immagini. Io in Giants ci vedevo una giungla invece! Poi in qualche modo ci siamo trovati. Questa cosa dell’immagine fissa mentre si suona aiuta di sicuro la scrittura e come poi si scelgono le sonorità: probabilmente è per quello che ci troviamo sulla stessa onda da quel punto di vista.

Proprio il singolo Giants parla di pionieri alla scoperta di nuovi mondi spaziali: in questo senso, la vostra musica è davvero fatta di ambienti, frontiere, paesaggi da esplorare nei quali sembra di ritrovarsi senza accorgersene. Che significato ha per voi questo aspetto?
Tom: Sì, è partita dall’idea che i personaggi stanno cercando di capire come arrivare su Marte, investendo milioni su questo per mandare la maggior parte delle persone a vivere lì, senza nemmeno sapere come ci vivranno. È molto affascinante questa idea: una cosa è attraversare il mare per scoprire un nuovo mondo, un’altra è andare nello spazio: è come se fosse questo concetto portato all’estremo. Sicuramente al giorno d’oggi è difficile fare qualcosa che davvero spinga l’arte più in là. Ma secondo me il punto nel suonare è proprio spingere la tua musica oltre i limiti, cercando di trasmettere questa cosa a chi l’ascolta e portarlo da un’altra parte.
Marco: Penso sia più un’inclinazione che uno scopo per noi, emerge un po’ in tutto quello che facciamo ma non è un’intenzione precisa, o una velleità di andare “oltre i limiti dell’umano”, anzi. È parte del nostro atteggiamento verso la musica la voglia di una continua evoluzione.
Tom: Anche nei libri di Asimov trovo uno sguardo visionario, molto avanti: situazioni che oggi sono attuali, lui le aveva previste sessant’anni fa. Mi piace la visione che sia necessario pensare più avanti per capire meglio che cosa stiamo facendo.
Marco: Personalmente sono sempre stato contrario al “dover fare qualcosa di nuovo”, “ah, questo suona vecchio”. Per come la vedo io, non si è obbligati a fare qualcosa di nuovo: è importante essere genuini per davvero e seguire le proprie esigenze senza scopi mirati. A un certo punto, nel percorso di miglioramento che ognuno affronta in tutto, diventa naturale e necessario non porsi delle frontiere, ma andare dove ti porta l’esigenza artistica senza che questa diventi un diktat.
Tom: Ci sono certe linee che ci piace poter travalicare: l’idea che una canzone di un certo genere debba poi seguire una determinata struttura ad esempio. Va benissimo anche quello, anche se è qualcosa che ci va un po’ stretto. Purché sia parte dello sviluppo reale della canzone e che questa non ne rimanga in qualche modo arginata, va bene tutto ciò che nasce genuinamente.
Marco: Del resto, suoni anche quello che la tua sensibilità elabora rispetto a quello che succede dentro e fuori da te, soprattutto a livello artistico e culturale. In questo senso è importante stare al passo coi tempi, perché solo così puoi misurare la tua sensibilità in quello che poi scrivi e produci.

È vero che il progetto è assolutamente internazionale e cosmopolita nelle sonorità, ma la vostra appartenenza italiana rende inevitabile un confronto con l’attuale scena indipendente della Penisola. In cosa vi sentite distanti da essa o vicini, se c’è qualche punto di contatto?
Tom: Io ho un rapporto un po’ complesso con questa realtà. Io vorrei che la musica che facciamo fosse più facile per un pubblico italiano, però credo che per certe ragioni arriva sempre come una musica di nicchia e una musica più difficile da ascoltare. La musica italiana folk o indie rock è molto diversa da quello che stiamo facendo. Non so, è sicuramente più difficile arrivare a un pubblico italiano rispetto a un pubblico britannico o europeo.
Marco: La prima cosa che ci allontana dalla musica italiana è il fatto che Tom naturalmente scrive in inglese, cosa che evidentemente ci distanzia parecchio e che fa da ostacolo all’ascoltatore italiano. Ci sono cose molto belle nella musica indie rock italiana e che hanno davvero qualcosa di grande dentro: Iosonouncane per esempio lo apprezzo tantissimo, il suo ultimo disco è davvero intenso da ascoltare. C’è anche da dire che il cantautorato italiano nella nostra musica non c’è, non c’è quell’approccio né quell’immaginario. Secondo me la cosa più distante dalla musica italiana è che l’indie-rock italiano non è indie-rock, è pop, scritto da persone che spesso non suonano calcando i palchi. Questa dimensione dell’artigianato musicale, in un certo senso, nella musica italiana contemporanea c’è poco: spesso sono prodotti in studio, e lì diventano prodotti validissimi in termini di mercato. Vedo ancora molta distanza in questo. In Italia, non so perché, non passa tanta della musica che poi ha ispirato il progetto, e anche questo è motivo di difficoltà nell’accedervi.
Tom: C’è poco da fare, siamo molto distanti ma questo è dovuto anche alle diverse radici culturali da cui nascono le nostre canzoni. Questo è un vero peccato perché noi vorremmo esserci e far arrivare la nostra musica anche a chi non ha il nostro stesso background culturale e musicale, magari per aprirgli prospettive che ancora non hanno esplorato.

Inizierà a breve un tour europeo che toccherà il Belgio e la Scozia, ma anche le date italiane tra cui il Circolo Ohibò a Milano : cosa c’è da aspettarsi dal set?
Tom: Stiamo lavorando di più su quello che vogliamo fare live in questi concerti. Vogliamo!
Marco: Stiamo cercando di creare un’esperienza che sia in un certo senso compatta. Essendo i pezzi molto descrittivi diventano una sorta di viaggio. Noi vorremmo comunicare proprio questo e ci piacerebbe che il nostro pubblico riesca a entrare davvero in questa dimensione anche grazie al set e a tutte le sue dinamiche. Il fatto che lo show sia pieno di cambi di strumentazioni non facilita questo processo, è anche su questo che stiamo lavorando: anche le transizioni entreranno a far parte della musica in tutti i sensi. Poi ovviamente ci saranno tante parti ampliate e ri-arrangiate dal vivo, cercando di valorizzare l’aspetto strumentale: se ne vedranno delle belle!

Riccardo Colombo