Voto

9

A sei anni di distanza dal polisemantico DIE, Iosonouncane torna con un lavoro estremamente sperimentale, offrendo al panorama musicale italiano un vero e proprio unicum. Registrato tra Montecchio e Bologna, IRA è un concept album dalla titanica durata di quasi due ore, suddivise in diciassette composizioni che presentano testi cantati in francese, spagnolo, arabo e inglese. La stratificazione sonora e la complessità degli arrangiamenti fanno pensare a una lunga impresa estenuane e ossessiva, che ricorda quelle impervie produzioni cinematografiche, come Apocalypse Now, o quella morbosamente attenta al dettaglio di Barry Lyndon. Ciascuna delle tracce contenute in IRA rappresenta un flusso in costante mutamento, dove la voce del musicista sardo emerge tra i molteplici strumenti impiegati, senza ergersi mai a elemento centrale: il cantato tende infatti a fondersi completamente con melodie dai toni claustrofobici e malinconici, includendo alcuni elementi stilistici che rievocano la musica del Maghreb.

Il terzo album di Iosonouncane rifugge la classica forma canzone, in modo da favorire sonorità che migrano dal gusto ambient all’aggressività espressiva dell’industrial music nel giro di pochi secondi. La traccia di apertura, hiver, rimanda al freak folk dei primi anni 2000, proponendo delle chitarre alla Devendra Banhart del periodo Young God Records, per sfociare in seguito lentamente in un mare di riverberi e di tastiere. In ashes, una fievole base musicale in pieno stile Radiohead si combina con un cantato distorto e languido per poi confluirei in atmosfere sonore minacciose e a sonorità sulfuree che tanto ricordano alcune opere lynchiane, come Lost Highway. Il finale di foule costringe l’ascoltatore a immaginarsi sotto a un’arcata celeste nel mezzo del deserto, preda dei forti venti notturni, mentre a reganre su jabal sono effetti sonori tipicamente space rock.

L’arrangiamento scelto per ojos ha degli elementi che riconducono ad un esoterismo di tipo ritualistico, con tanto di coyotes ululanti e chitarre riconducibili allo stile nevrotico di Robert Fripp dei King Crimson, mentre le sequenze ascendenti di nuit, accompagnate dal testo in francese, riecheggiano vagamente le ottave della scala Shepard. Con prison ci si avvicina a Music for Films di Eno, fino a quando spunta un coro alla Tinariwen in cui risulta tangibile l’influenza nordafricana assorbita da Incani nel periodo in cui ha realizzato IRA. Le percussioni minimaliste di priére dialogano con una chitarra che non avrebbe sfigurato in una produzione di Syd Barrett, fondendosi con delle voci degne di un mondo lovecraftiano fatto di antiche preghiere. La penultima delle composizioni, hajar, nei suoi undici minuti oscilla tra un intro caratterizzato da synth techno e una melodia conclusiva da film di Robert Eggers.

IRA sembra porsi l’obiettivo di sfidare il fruitore, chiedendogli di accettare quell’ambiguità in termini di significato espressa dall’incomprensibilità linguistica; un’ambiguità che si ritrova già a partire dall’immagine offuscata della copertina del disco, realizzata da Silvia Cesari, che sembra provenire direttamente dalle forme contorte del’arte di Francis Bacon. L’ascolto di IRA ha i connotati dello sperimentalismo radicale del Battiato di inizio anni Settanta, soprattutto al netto di un’assenza di precedenti nel contesto delle pubblicazioni nazionali degli ultimi anni.

Lorenzo Moro