Io abito Io è il titolo sibillino di un progetto tutto nostrano, ancora in fase di produzione e attualmente in cerca di fondi per completare le ultime fasi del lavoro tramite piattaforme di crowdfounding. L’obiettivo è quello di essere proiettato in vari festival sparsi per la penisola. I registi Simone Bregante e Matteo Canzano presentano un’opera dai tratti innovativi e dalle premesse ben precise: le storie di quattro personaggi completamente diversi tra loro rappresentano le fasi della vita di un essere umano, o meglio, ciò che un essere umano può diventare e quali strade diverse ha a disposizione tra la nascita e la morte.

“Vivo nel tempo del presente, dove la mia vita è in un flusso con le vite degli altri”

Il copy scelto dai registi per introdurre il loro concetto guida sottolinea come la vera protagonista della pellicola sia la vita nella sua accezione più ancestrale e mitica: un’entità cangiante e priva di schemi. Dal neonato Luca all’anziano Gianni, passando per la giovane Cheris e il maturo Max, niente collega direttamente i personaggi, eppure il flusso vitale che ognuno di loro segue sembra essere parte dello stesso viaggioDall’innocenza di Luca si passa senza soluzione di continuità alla ribellione della tatuatrice e writer Cheris, in apparenza la tipica ragazza che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e che segue l’istinto ribollente tipico della sua età. Forse commette degli errori, ma i suoi non saranno mai gravi come quelli che portano al lungo periodo di carcere Max. Per lui la vita non è altro che una fatica continua per cercare di trasportare un masso sulla vetta di un monte altissimo, proprio come il mitologico Sisifo, metafora di una coscienza sporca e di voglia di riscatto. Si arriva così alla saggezza del moderno eremita Gianni, uomo riflessivo e distaccato da una realtà di oppressioni e omologazioni; capitolo finale di un viaggio lungo una, anzi quattro, vite intere.

Sperando di vedere presto il risultato finale, non resta che attendere l’uscita effettiva del film, ma le premesse ci sono tutte. Non si tratta infatti del tipico documentario a sfondo antropologico e sociale: come spiegano gli stessi creatori, l’intento è quello di portare lo spettatore a riflettere sul corso dell’esistenza e sui suoi paradossi, sul modo fugace ma adrenalinico con cui i giorni si susseguono dalla nascita alla morte, in un turbine di sensazioni emotive e decisioni razionali che costellano il divenire.

Federico Squillacioti