Wrongonyou è una miscela di ispirazioni e influenze, dal folk di John Frusciante a Bon Iver, passando per il cantautorato italiano. La sua musica è sincera, richiama immagini dalla forza evocativa capace di toccare le corde più profonde dell’animo di chi l’ascolta. Dopo aver solcato i palchi dei festival internazionali, decide di dedicarsi alla scrittura in italiano e approda a Sanremo con Lezioni di Volo, contenuta nell’album Sono Io, assieme al suo nuovo singolo Solow. Wrongonyou ci ha raccontato del suo lockdown, durante il quale ha riflettuto sull’importanza di stare bene prima con se stesso e poi con chi lo circonda, dei suoi viaggi e dei ricordi d’infanzia con suo nonno, che contribuiscono a rendere la sua musica uno specchio di sé.

Wrongonyou: da dove viene questo nome?
Volevo tradurre un concetto in una sola parola, trovare un nome indiretto ma legato al progetto. Così, senza pensarci troppo, è nato “Wrongonyou”, che in inglese indica “qualcosa di sbagliato su o in quella persona” ed è una specie di scarica barile, per cui lo sbaglio è mio se la frase la pronunci tu e tuo se la dico io.

Hai raggiunto la finale di Sanremo giovani e hai vinto il premio della critica Mia Martini. Ci racconti di questa esperienza?
Sanremo è un palco particolare, ti avvolge come una bolla e in quel momento capivo di essere nel mondo reale solo perché c’erano tanti tamponi e i controlli dello staff che ha gestito la situazione alla grande. I tempi sono differenti e frenetici, c’era sempre tanto da fare e questo mi dava la sensazione di star lavorando appieno con la musica e che le cose stavano andando bene, come dovevano andare. È stato bellissimo poter suonare dal vivo e devo ammettere che gli applausi finti sono stati d’aiuto, anche i palloncini. Durante la prima serata ero tranquillo ma appena iniziai a scendere i primi gradini, mi si prosciugò la saliva, perché mi resi conto dell’enorme responsabilità che quel palco comporta e che forse tutt’ora devo ancora realizzare. Dall’esterno non ti rendi conto di quanto pesa essere in televisione davanti milioni di persone che ti guardano. E poi avevo la fobia di cadere dalle scale, mentre immaginavo mia nonna che mi guardava e si sentiva fiera di me.

Lezioni di Volo: una canzone acustica, con la chitarra all’inizio del pezzo dal sapore folkloristico. Quando l’hai scritta e perché l’hai scelta per Sanremo?
È stata una scelta presa in comune: l’ho portata ai provini assieme a Vertigini, la terza traccia dell’album, e me l’hanno proposta. Quando l’ho scritta mi sono accorto che se avessi aggiunto archi e fiati era perfetta per Sanremo, perché il ritornello è orecchiabile e melodico, si evolve bene e valorizza le mie capacità canore. Forse anche solo l’immaginarsi sul quel palco ha scatenato svariati movimenti dell’universo che si sono accordati e mi hanno portato ad Ama Sanremo. Da lì il percorso è stato lungo e non mi immaginavo di arrivare in finale.

Sono io: un manifesto di esistenza dove scrivi “non mi ricordo più di me”. Che cosa è cambiato in te?
Spesso e volentieri mi è capitato di essere sovrastato dalle persone, non succede più per fortuna ma capitava di sentirmi il più piccolo d’età o di essere troppo accondiscendente verso le ragazze, non mi sentivo all’altezza. Ho capito che la cosa più importante devo essere io e non è egoismo, ma semplice amore verso me stesso. Una persona esterna non può essere così influente da diventare il centro della vita di qualcun altro, perché altrimenti non si cresce, non ci si arricchisce e non si ha più nulla da dare. Se io in primis non mi voglio bene, come posso volerne agli altri? Sono io è un’autocritica, un remainder per ricordarmi che non devo scordarmi di me stesso per pensare solo agli altri.

L’album è molto intimo, qual è il pezzo a cui tieni di più del nuovo album e quello per il quale avevi o hai paura del riscontro del pubblico, se sono diversi?
Nonno bruno: non è stato solo un nonno ma una persona della quale ho solo bei ricordi, e insieme a Sono io sono state le prime canzoni scritte in italiano. Erano così intime che le avevo messe nel cassetto, ma con quest’album ho voluto mettermi a nudo, quindi le ho inserite. A pensarci mi vengono le lacrime agli occhi, non so neanche come cantarla tutta dal vivo perché mi riporta dei ricordi vividi: la Roma che vinse lo scudetto, la colazione con l’orzo o quando ci mettevamo a correre nel cortile del condominio dopo che mi prendeva da scuola e quando arrivavamo all’ascensore, mi chiedeva di fischiare e non ci riuscivo perché avevo il fiatone. Insomma, ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita e ti dirò di più: mio nonno è morto il giorno del mio compleanno e io sono nato lo stesso giorno della sorella, Serafina, il 14 novembre, durante la Seconda guerra mondiale. Sono tutte date che si incrociano. Tornando alla domanda, io spero che il pubblico dia il giusto peso all’album. L’ho dedicato a “chi se l’ascolta dall’inizio alla fine” perché il disco ha un suo senso, non lo puoi ascoltare in ordine sparso. Quindi non ho paura di cosa può pensare una persona, perché le critiche ci sono sempre e io vado avanti. Penso che per arrivare alla gente devi metterti a nudo ed essere onesto, se si mettono troppe maschere è come se si mettessero dei filtri e la canzone non arriva allo stomaco.

Sui social scrivi di te stesso, e come per le tue canzoni questi diventano un mezzo per mandare dei messaggi, anche sociali. L’ultimo parla del tuo corpo. Ci vuole coraggio nell’esporsi, proprio come sul palco di Sanremo dove a braccia aperte ti sei dato al pubblico a casa e alla musica, mentre cantavi la tua canzone. Da dove viene questa esigenza di comunicare?
Mi espongo perché mi sono nascosto per tutta una vita, perché sono sempre stato grassottello e avevo molte insicurezze. Durante la quarantena ho avuto la fortuna di fare un confronto con me stesso, di conoscermi e di migliorare come persona, al di là di mettermi in forma e perdere dei chili. Ho preso solo il meglio dalla quarantena, l’isolamento è stato terapeutico perché ho scritto un disco che mi ha dato la possibilità di riscoprirmi leggendo quello che scrivevo. Parlavo con me stesso e mi dicevo di fare canzoni lontane dalla logica del music business, che siano belle per me. Questo percorso l’ho disegnato nel tempo, per esempio ho scoperto che mi avrebbero voluto già l’anno scorso a Sanremo ma non sarei riuscito ad andarci perché avevo troppi conflitti con me stesso, non ero psicologicamente pronto. I miei stati d’animo ovviamente si riversano nella mia musica, e io vorrei fare dei progetti per aiutare gli artisti quando hanno delle difficoltà o delle crisi, o anche solo per rafforzare i rapporti interni alla band. In America per esempio è più grave la situazione, c’è gente che si vende la macchina o la casa per fare i dischi, si rischia molto perché anche se sei emergente, con la musica arrivi ad alti livelli. Negli USA scoprii per puro caso Nuci’s Space, uno spazio per musicisti depressi, completo di sale prova, sala riunioni e tutto quello di cui si ha bisogno per ispirarsi e stare meglio. Era alla portata di tutti, costava cinque dollari l’ora per band. Vorrei ricrearlo in Italia, una volta che si calmano le acque.

Hai partecipato a tanti festival in giro per il mondo. Come sei entrato nel mondo dei festival? Il ricordo più bello di questa esperienza?
Fare il cantante mi ha permesso di girare il mondo e scrivere in inglese mi ha aiutato molto. Il primo viaggio l’ho fatto per puro caso, avevo 21 anni, ero abbastanza autonomo, facevo la guida nei musei e studiavo storia dell’arte. Partii in tour come chitarrista di una band romana che mi contattò per accompagnarla in America, dovevo solo pagarmi le spese del viaggio. Conobbi un sacco di ragazzi, facevano i cantautori e riuscivano a pagarsi l’affitto, così mi chiesi perché non potessi farlo io in Italia e allora mollai tutto per fare il cantante. Dopo aver vinto Arezzo Wave a Roma, cominciai a suonare nei festival in giro per l’Europa, il primo è stato l’Eurosonic in Olanda, poi andai in America e in Europa al Primavera Sound.

Come sei stato scoperto dalla label Carosello?
Il primo contratto discografico è arrivato all’inizio della mia carriera da cantante itinerante. Avevo la lista di tutte le case discografiche alle quali mandavo le mie demo e poco dopo mi contattarono due major e la Carosello, alla quale mi sono unito. Da allora sono passati cinque anni e mi trovo benissimo. Il weekend successivo alla firma del contratto, aprii il concerto di Levante all’Alcatraz, quindi sono passato da fare piano bar con la gente che non mi ascoltava a suonare davanti a tremila persone.

Mi racconti del tuo nuovo singolo, Solow?
Solow significa “così giù” e parla dell’essere solitario, di star bene da solo. La canzone è abbastanza pop, il ritmo è allegro ma la tonalità è in minore. Il testo invece è triste, parla di riuscire a star bene con se stessi, psicologicamente ma anche fisicamente. C’è una ricerca, per ritrovarsi su quella linea sottile, in equilibrio tra la solitudine e la voglia di stare con le persone perché quando sei troppo in disparte non va bene. È una sorta di augurio: imparerò a star bene da solo.

Quali sono le tue aspettative per il tour che farai dopo tanto tempo fermo?
In primis mi auguro che si faccia e che ci sia un incremento dei concerti, confido in quelle persone che andranno a vederli, voglio vedere quanto mancano i concerti alle persone e se le lamentele diventeranno necessità. Non vedo l’ora di bere il bicchierino di rum prima di salire sul palco per riscaldare la voce. Poi che siano dieci o diecimila persone non mi interessa, mi aspetto solo la normalità.

Lorella Greco