Stefano Lodovichi nasce il 31 agosto 1983 a Grosseto. Dopo la laurea in critica cinematografica presso l’Università di Siena inizia a farsi le ossa direttamente sui set di vari film, sperimentando uno dopo l’altro tutti i ruoli per capirne le peculiarità e cercare di individuare quello più adatto a lui. Così, nel giro di qualche anno, tra spot e cortometraggi, arriva il suo debutto nel mondo cinematografico, sotto l’ala di una delle più importanti società di produzioni italiane: Rai Cinema, in collaborazione con Mood Film. Il suo primo lungometraggio arriva infatti nel 2013 e si intitola Aquadro, scritto a quattro mani con lo sceneggiatore Davide Orsini. Due anni dopo esce nelle sale il suo secondo film, In fondo al bosco, acclamato thriller-noir prodotto da Sky Cinema.

Nel 2017 arriva sul set di una serie tv: Il cacciatore, trasmessa su Rai 2, della quale dirige i primi sei episodi. Un’esperienza positiva che si ripeterà nel 2019 con Il processo, la prima serie tv prodotta da Lucky Red per Mediaset, che sta per arrivare su Canale 5. In attesa di poter vedere il suo ultimo lavoro, abbiamo incontrato Stefano per farci raccontare un po’ di lui, della sue esperienza e dei suoi progetti.

Ciao, iniziamo con le presentazioni.
Mi chiamo Stefano e sono un maremmano doc. Ho studiato storia dell’arte e critica del cinema all’università di Siena e poi, da ormai dieci anni, sono cittadino della capitale.

Tra i registi emergenti del panorama italiano attuale sei uno dei più promettenti. Come sei arrivato fino a qui?
Non vengo da scuole di cinema né da una famiglia del settore. Volevo semplicemente fare questo lavoro e ci sono riuscito. Piano piano, con “la faccia come il culo” (perché andavo sempre a chiedere se c’era posto sui set) mi sono fatto largo, grazie anche all’aiuto dei miei genitori, che mi hanno supportato economicamente nei periodi in cui di lavoro, ancora, non si poteva parlare realmente – almeno, per una questione di continuità. Grazie alla mia famiglia che mi pagava gli studi, ho avuto la possibilità di fare varie esperienze su set di professionisti mentre frequentavo l’università e, film dopo film, ruolo dopo ruolo (perché ho veramente fatto di tutto: l’assistente nei costumi, nel reparto scenografia, ma anche fotografia, regia e persino in produzione…), ho capito che quello che volevo fare era raccontare le mie storie. Ho iniziato con i cortometraggi durante gli studi universitari a Siena, e dopo una parentesi da video-maker in cui ho fatto tanta esperienza – girando video e spot aziendali imbarazzanti –, sono finalmente riuscito a scrivere e realizzare Aquadro, il mio primo lungometraggio. Sicuramente devo molto anche ai collaboratori e agli amici che hanno creduto in me e ancora oggi mi accompagnano nelle mie avventure.

Quali sono le tecniche e gli strumenti di regia che prediligi? E per quale motivo?
Onestamente non ci sono tecniche o strumenti che prediligo. Nei miei progetti (fino a oggi due film e due serie, tutti molto diversi tra loro) cerco sempre di creare un linguaggio il più possibile adatto alla storia che racconto. Diciamo che per me le tecniche sono soltanto parole di un vocabolario. In base alla storia che racconto scelgo di usare una parola al posto di un’altra, una tecnica invece di un’altra, per comunicare al meglio le sensazioni e i pensieri del testo. Mi piace usare una macchina più fluida (steady, carrelli, dolly, droni, ecc.) in determinati momenti, così come una macchina più convulsa (a spalla, a mano, ecc.) in altri. Non mi dispiace usare supporti alternativi come smartphone e simili. L’importante è riuscire a creare un linguaggio preciso con le parole di quel vocabolario. Un linguaggio che abbia un senso e, se possibile, sia originale e intrigante.

Le opere che hanno attirato l’attenzione su di te sono state il film In fondo al bosco e la serie tv Il cacciatore. Come hai gestito la fase di casting e, in generale, come ti approcci agli attori sul set? Ti va di raccontarci quale aneddoto particolare?
Collaborare con gli attori è uno degli aspetti che amo di più del mio lavoro. Ognuno di loro ha caratteristiche differenti. C’è chi è più istintivo, chi più tecnico, chi mixa con abilità i due emisferi. Ma c’è una caratteristica fondamentale alla quale spesso non si dà peso, che è l’intelligenza attoriale di una persona. Per fare l’attore (come anche per fare il regista) non devi essere un genio, ma devi usare la testa. Devi conoscere il tuo personaggio meglio di chiunque altro, farti tante domande e difenderlo con le unghie e con i denti da tutte le persone che, in tantissimi momenti, cercheranno di portarlo in terreni che non sono i suoi e, senza rendercene conto, finiamo col renderli figure che fanno cose insensate. Ci sono due immagini che associo al mio rapporto con gli attori. La prima è quella del campanello: quando scriviamo o chiediamo a un attore di fare qualcosa di insensato per il suo personaggio, l’attore deve suonare l’allarme per segnalare che c’è un problema, perché quello che gli stiamo chiedendo non rientra nelle corde del personaggio. L’allarme viene fatto scattare non per forza dalla lungimiranza dell’attore ma dal suo egocentrismo, ed è proprio questa sorta di presunzione, in questo caso sana, a diventare fondamentale per me. La seconda immagine è quella di un mazzo di chiavi: ogni attrice o attore è una stanza tutta particolare e un regista deve trovare il modo di entrarvi, così, chiave dopo chiave, ti fai il mazzo del film o della serie. E quello sarà il tuo cast.

C’è molta differenza nel rapporto regista-attori tra un prodotto per il cinema e uno per la televisione?
Le uniche differenze che sento tra cinema e tv sono due. La prima è che il mazzo, in una serie, è molto più grosso perché gli attori sono di più. La seconda è che in una storia molto più lunga il percorso dei personaggi è più complesso e bisogna rimanere sempre concentrati.

Dopo videoclip, lungometraggi e cortometraggi, Il cacciatore è stata la tua prima esperienza con un prodotto televisivo, com’è cambiato il tuo lavoro?
In teoria cambiano i ritmi della lavorazione, hai più tempo per le riprese e il montaggio. Ma è un tempo sempre relativo, perché in realtà è commisurato alla durata della storia e, conseguentemente, a quella del periodo di lavorazione. Insomma, è sempre una corsa. La vera differenza riguarda la storia, che deve consumarsi in un periodo di tempo più lungo. Ti confronti quindi con personaggi che hanno una “vita” più lunga. E questa è una possibilità narrativa meravigliosa tanto per gli autori, per i registi e per gli attori, che hanno modo di approfondire il proprio lavoro, quanto per gli spettatori, che possono goderne di più e innamorarsi delle storie o dei personaggi.

I social media e le piattaforme streaming stanno rivoluzionando il cinema in toto, dalle modalità di produzione a quelle di fruizione. Alla luce della velocità con cui tutto sta cambiando, come immagini il tuo lavoro tra 10 anni?
È una bella domanda. Il mio primo film è nato per il web e l’ho girato in parte con gli smartphone, quindi non mi spaventano le derive online. Credo che l’importante sia raccontare storie che arrivino al pubblico. Se il pubblico si sposterà, anche noi ci sposteremo con la speranza di riuscire a essere sempre onesti e attuali.

Dai tuoi lavori emerge una predilezione per il cinema di genere, come mai?
Sono cresciuto con una madre che mi faceva vedere i classici della commedia all’italiana e un padre che mi bombardava di film d’azione americani. Non potevo che crescere a metà, strabico, con un occhio al cinema di genere degli anni ‘80’ e ‘90 (Carpenter, Scott e tutti i film con Swarzenegger) e uno che puntava dritto ai geni nostrani (Monicelli, Risi, Scola, Germi). Crescendo mi sono così innamorato di quel tipo di cinema che coniuga l’esigenza di intrattenere il grande pubblico con uno sguardo intelligente e acuto: l’ho trovato nel cinema dei “ragazzacci” della New Hollywood come Spielberg, Lucas, Donner e Zemeckis. Sono un autore pop. Mi piace divertire e voglio divertirmi. Amo il fantastico, immaginare e creare altri mondi come autore, sceneggiatore, regista, scrittore e magari, un giorno non troppo lontano, anche come produttore.

Per i prodotti italiani è difficile superare i confini nazionali. Come può un regista italiano far conoscere il proprio lavoro all’estero?
Raccontando quello che sente dentro, che conosce bene, nel modo più personale possibile.

Terminiamo con un classicone: prossimi progetti?
Sto lavorando alla post produzione della serie che ho girato da poco, prodotta da Lucky Red per Mediaset. Si intitola Il Processo, ed è il primo legal-thriller italiano. I protagonisti sono Vittoria Puccini, Francesco Scianna e Camilla Filippi. Ha tra gli altri interpreti anche Roberto Herlitzka e Tommaso Ragno. Andrà in onda in autunno. Per il resto sto lavorando anche ad altri progetti, ma non posso ancora parlarne.

Velitchka Musumeci