Tra i paesaggi urbani di Padova e i solitari spazi desertici, l’immaginario dei Seville nasce nel 2016, per diventare sempre più attivo nella scena italiana degli ultimi anni. La band ha di recentemente pubblicato l’album d’esordio Who Has Decided For Us? (Costello’s Records): sette tracce registrate in un garage qualunque adibito a studio, che si distinguono per l’accurata scelta dei suoni, le liriche intense e i paesaggi che evocano. Per capire fino in fondo l’essenza di questo immaginario, abbiamo sentito Federico (voce e chitarra) e Sebastiano (chitarra e tastiere), che ci hanno raccontate del concept del disco, della loro radicata passione per i live e del loro amore incondizionato per Sergio Leone.

È appena uscito il vostro primo LP Who Has Decided For Us?. Qual è l’idea di fondo del progetto?
Federico: Inizialmente abbiamo scritto i brani senza pensare a un concept che li unisse nell’album, anche perché ha avuto una gestazione piuttosto lunga – i primi sono nati nel 2016. Ci siamo sempre concentrati più sui live che sulle registrazioni, ma quando siamo andati in studio abbiamo trovato che il filo conduttore tra i pezzi era costituito da una latente insoddisfazione verso il presente. I protagonisti dei testi sono personaggi immaginari che si chiedono “ma cosa sto facendo, e perché?”, ed è proprio da quella domanda che qualcosa inizia a muoversi. Non c’è quasi mai rassegnazione, ma l’idea di dover faticare per trovare una via d’uscita.

C’è anche una componente autobiografica in questo senso?
Federico: Prima di potermi dedicare così tanto alla musica, avevo un lavoro che mi privava di molto tempo. Sono arrivato a chiedermi: “Ma perché lo sto facendo? Ora come esco da questo meccanismo”. È questo il momento di rottura, il punto di svolta che spinge a cambiare le cose, in cui si realizza che non si sta vivendo la realtà in prima persona ed è necessario cambiare direzione; è un concetto presente in tutte le canzoni.

L’inizio del singolo No Streets To Run recita “In a desert landscape, dust, sun, yellow stones…” e in effetti il brano si muove in un’atmosfera solitaria e desertica. A quali panorami o immaginari vi siete ispirati?
Federico: La chitarra di Sebastiano ha un ruolo fondamentale nella costruzione di quell’atmosfera: suona un tema molto desertico. Personalmente, ho un debole per i film western: l’ispirazione di No Streets To Run è a metà fra C’era una volta il West di Sergio Leone e una canzone dei Dire Straits, Telegraph Road. Il tema affrontato è quello degli eccessi della civilizzazione urbana nel momento in cui diventa opprimente per l’individuo, in contrasto con la solitudine incontaminata del paesaggio desertico.

Che cosa divide il deserto e la città?
Federico: Il testo parla di un personaggio che si trova in mezzo tra queste due dimensioni, che costituiscono i due poli estremi del concetto, nelle loro rispettive rappresentazioni immaginarie e cinematografiche. La canzone vuole riflettere sul fatto che nessuno dei due estremi sia quelli giusto, l’equilibrio è irraggiungibile e si è condannati a una oscillazione continua: il personaggio è in costante movimento, trova in una dimensione ciò che manca nell’altra e viceversa.
Sebastiano: La motivazione che spinge il personaggio a muoversi verso la città è il desiderio di costruire davvero qualcosa, ma a un certo punto sente l’esigenza di tornare indietro, perché le cose sfuggono al suo controllo.
Federico: Nelle liriche il personaggio non è uno solo: all’inizio si tratta di un eremita che vive in un luogo simbolicamente legato alla presenza di una sorgente, poi c’è un flash forward alla metropoli decenni o secoli dopo. Il punto fondamentale è l’oscillazione come condizione intrinseca all’essere umano, che soffre l’oppressione di una civiltà che lui stesso si è creato.

La vostra musica trasmette un’energia pervasiva che non esplode mai. Da che cosa nasce questa carica?
Sebastiano: Deve essere qualcosa di inconscio, perché non ci ho mai pensato, probabilmente è il frutto di tutto quello che abbiamo ascoltato in questi anni e che non ha ancora trovato un preciso modo per uscire – potrebbe anche essere un difetto! Per quanto riguarda la scrittura, abbiamo voluto esplorare una dimensione più pulita e autentica, senza nasconderci dietro a un muro di suoni.
Federico: È una latente e inconscia vena folk che fa parte di noi. Nel registrare questo disco ci siamo in un certo modo “controllati”, perché dal vivo c’è più potenza, anche nei suoni. Registrando col sistema multi-traccia, in cui si incide uno strumento alla volta, è molto difficile ricreare la sinergia della sala prove o del live. In quei momenti l’attenzione è rivolta interamente al click in cuffia e a suonare al meglio.

Dagli scenari evocati e dalle scelte sonore emerge l’influenza della musica statunitense. Quali artisti o dischi ispirano la vostra scrittura?
Sebastiano: I miei suoni sono ispirati ai Tame Impala dei primi due album, almeno nelle intenzioni, soprattutto nelle linee melodiche e armoniche. In passato ho ascoltato tantissimo progressive, su tutti King Crimson e Genesis: le atmosfere eteree, stranianti e nostalgiche a cui puntavo con i suoni di tastiera e di mellotron derivano da loro, ma è un’operazione inconscia.
Federico: È difficile cogliere le reference alla fine del percorso creativo: spesso, quando uno propone una parte, è un altro a suonarla, usando altri suoni e rendendola propria; le idee di partenza vengono elaborate da tutta la band. Sono stato largamente influenzato da Highway 61 Revisited di Bob Dylan e riconosco a posteriori l’influenza dei Pink Floyd. Per le linee vocali mi sento vicino al Gianni Morandi che mi faceva ascoltare mia mamma da piccolo, insieme al classic rock.

Abbiamo parlato del deserto, eppure non ha niente a che fare con la vostra città d’origine, Padova.
Federico: Non siamo proprio cittadini urbani, viviamo nella provincia tra Padova e Vicenza. La maggior parte di queste canzoni le ho scritte lontano da Padova, quindi non ci sono legami: i paesaggi desertici sono simbolici, il deserto l’ho ritrovato nelle campagne o nelle montagne della nostra zona.

La scena musicale padovana sembra aver ricevuto una nuova linfa in questi anni: oltre al vostro progetto, tanti nomi grandi e piccoli stanno emergendo dalla città.
Sebastiano: Padova è una città universitaria molto viva. Musicalmente mi sono sempre sentito un po’ estraneo alla scena della zona, anche nei contenuti: i gruppi che stanno emergendo adesso hanno molti più legami con la città rispetto al nostro progetto.
Federico: Ascoltando Bestiario Musicale di Lucio Corsi mi sono detto: è un artista che si può capire solo se si ama la natura, ma se si vive in periferia in mezzo ai palazzi rischia di risultare noioso. Anche noi siamo così. Siamo contenti di fare parte di questo universo pieno di vita, ma ci sentiamo slegati dalle tendenze.

In questo periodo in cui i live sono in stand by, non ci resta che rievocare il recente passato: avete suonato in tantissimi festival italiani e anche al RAMA Festival di Aalborg in Danimarca! Quali sono i palchi più caldi che avete calcato?
Federico: Siamo una band che ha iniziato a esistere proprio in virtù dei live, di salire su un palco e divertirsi: quando abbiamo iniziato non c’era ancora una mentalità così incentrata sulla promozione, le etichette, i release e così via. Il nostro primissimo è stato davvero bello, in un locale che ora non esiste più (l’HUB, ex-Metropolis di Padova), eravamo gasatissima. Il festival in Danimarca è stata un’esperienza unica, sicuramente il nostro concerto con più pubblico e calore, è stata la prima volta in cui abbiamo suonato fuori dall’Italia. Ma anche l’ultimo live che abbiamo fatto è stato particolare, perché era una situazione molto intima, un concerto in casa organizzato da Shoeless Comets.

Riccardo Colombo