Motherland (Ana Yurdu, Turchia/Grecia, 2015) di Senem Tüzen, presentato alla 31a Settimana Internazionale della Critica di Venezia e allo scorso Sguardi Altrove film festival di Milano, racconta la storia di Nesrin, una giovane scrittrice turca che decide di tornare al villaggio natale della madre per finire la stesura del  suo ultimo libro. Il film si concentra sul difficile rapporto generazionale tra le due donne a livello socio-culturale e sulle inconciliabili differenze tra una madre, simbolo della mentalità conservatrice e ultra-religiosa della campagna turca, e una figlia cresciuta in una grande città, che ha ricevuto un’educazione più aperta e progressista. Accanto alle due protagoniste ruotano altre figure a loro volta veicolo di denuncia delle realtà problematiche ancora presenti nella Turchia di oggi più conservatrice: una donna del villaggio subisce violenze dal marito ma non ha né la forza né la possibilità di lasciarlo; mentre le amiche della madre di Nesrin rimproverano alla ragazza l’audacia nell’andare in giro da sola e nel modo di vestirsi, secondo loro “inappropriato”. La religione è una presenza costante nelle vite degli abitanti della campagna turca, per questo Nesrin vive in una costante tensione tra la propria condizione di prigionia, sottolineata dai primi piani stretti sul suo viso, e l’anelito a una vita più libera, che trova sfogo solo nei campi lunghi sulla vasta campagna turca.

Le differenze generazionali e la relazione madre-figlia sono gli elementi chiave del film: come viene percepito questo scarto nella realtà turca di oggi?
Queste diversità sono evidenti soprattutto all’interno della classe media che è migrata da piccoli paesi di campagna nelle grandi città: i genitori, in questo caso, sono cresciuti in ambienti conservatori, mentre i figli sono nati nelle città, dove hanno ricevuto un’educazione e una cultura. Così si crea un gap culturale da cui scaturiscono differenze e conflitti, e in campagna questa situazione diventa più evidente.

Un personaggio secondario del film dice: “È più facile essere una roccia piuttosto che una madre”. Quanto pensi sia importante il ruolo della madre nella vita di ogni figlio?
Entrambi i genitori sono figure essenziali, ma le madri, soprattutto negli ambienti più conservatori, hanno un ruolo più incisivo nell’educazione e nella crescita dei giovani: sono le fondamenta della società, trasportano e tramandano l’intero sistema culturale dalle vecchie alle nuove generazioni.

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Quello del regista è generalmente considerato un lavoro prettamente maschile: in quanto donna, hai incontrato difficoltà o pregiudizi quando hai deciso di intraprendere questa professione?
La società in generale è patriarcale, essere donne è come essere una minoranza. Il lavoro di regista non è facile, ma per una donna i problemi si raddoppiano perché nessuno si aspetta grandi cose da te. In realtà le difficoltà più grosse le ho incontrate nei confronti di me stessa, nel dimostrare di essere in grado di svolgere il mio lavoro senza imitare gli uomini, che è un’attitudine che molte donne assumono inconsciamente. Trovare il proprio stile di regia è una delle parti più difficili di questo lavoro. Come regista, voglio essere comprensiva e ascoltare gli altri, ma anche avere il controllo della situazione senza però diventare un “dittatore”.

La situazione politica della Turchia sta contribuendo a cambiare là mentalità delle persone? Si pensi soprattutto a Kobane, dove le donne hanno un ruolo molto importante anche nell’esercito, sta cambiando la mentalità delle persone?
Kobane è conosciuta solo da un’élite ristretta della popolazione che si rifiuta di assecondare la propaganda del governo propugnata dai media mainstream. Questa minoranza è infatti consapevole della situazione e, di conseguenza, è a favore del femminismo. Se più persone sapessero ciò che accade veramente a Kobane e come lì i valori di libertà e di indipendenza delle donne vengono preservati, allora la lotta che loro stanno portando avanti avrebbe un effetto maggiore, ma sfortunatamente non è così, e la questione rimane marginale. Le persone sanno qualcosa, hanno sentito che da qualche parte ci sono dei terroristi, ma non conoscono la situazione reale. In Europa c’è sicuramente più informazione.

Nel film mostri una società turca molto conservatrice: quale pensi sarebbe la reazione se mostrassi il tuo film in Turchia?
Volevamo fare una première in Turchia, ma il Paese in quei giorni stava attraversando un periodo burrascoso e abbiamo rinunciato all’idea. Abbiamo partecipato a qualche festival dove abbiamo potuto vedere la reazione dei giovani, ma solo quando lo distribuirò nei cinema saprò quale sarà il giudizio in generale, e spero di riuscirci preso. Non volevo fare un film antireligioso, anticonservatore o di propaganda femminista, la mia intenzione era quella di focalizzarmi sulla lotta di una donna libera, indipendente e progressista, ma al contempo conservatrice, in quanto custodisce dentro di sé sua madre e i suoi valori tradizionali. La lotta più dura è sempre quella con se stessi, perché la società ti plasma quando ancora non ne sei consapevole; per questo ogni lotta contro la società è anche una lotta contro se stessi.

Quale sarà il tuo prossimo progetto?
Ho un po’ di progetti tra cui scegliere ma voglio pensarci bene come se fosse una questione di vita o di morte, così, quando troverò i soldi per realizzarlo, sarà un’idea su cui ho riflettuto a lungo e di cui sono totalmente sicura. Però al momento non sono ancora pronta a dire di cosa si tratterà.

Alessia Arcando