Agarthi, uscito il 19 febbraio per Believe Digital, è il primo concept album totalmente in italiano di Sem&Stènn: una dimensione sacra dove non esistono limiti ma solo libertà, intensità ed eccesso. La musica diventa così un rito catartico che, grazie a ritmi dance serrati e che ricordano la cultura rave, riporta ad una primordialità dell’animo. Un mondo di sfarzo e perfezione dove non c’è spazio per la stanchezza, lo sconforto e il giudizio. Ne abbiamo parlato con loro per capire cosa c’è dietro la creazione di questo luogo immortale e intangibile.

L’ultima volta che abbiamo parlato Agarthi era ancora in elaborazione. Com’è stato l’ultimo anno e mezzo?
Un viaggio impegnativo. Ci siamo immersi completamente anima e mente verso la ricerca del nuovo mondo. Emotivamente complesso e faticoso liberarci dalle nostre catene, onestamente. Il senso di pace però è intenso e liberatorio.

Agarthi è un leggendario luogo sotterraneo che gli dei induisti crearono per fuggire dalla mortalità terrena. Questo disco rappresenta la vostra Agarthi? E cosa avete trovato in questa vostra profondità ultraterrena?
Agarthi racconta il nostro viaggio. Dal sentimento di disagio che si prova nello stare in un mondo così ingiusto, passando per la resistenza, la fase di ripresa, la self-motivation, fino alla fuga. In questo percorso abbiamo trovato molto di noi, soprattutto l’istinto primitivo di sopravvivenza che ti dice di non arrenderti nonostante tutto. E abbiamo trovato un nuovo modo di vedere le cose attorno a noi per non cadere nei loop negativi dell’esistenza, a prescindere dal quello che ci accade.

La vostra immagine è sempre molto forte e definita. L’estetica di questa nuova uscita sembrerebbe porsi tra l’onirico, lo spirituale e l’ironico. Come è nato questo concept?
Agarthi non poteva che essere sontuoso, eccessivo, ma proprio per questo sacro, carne e spirito al tempo stesso. Ci siamo immaginati dèi caduti nelle profondità, accolti da rituali e danze. Un po’ come ci sentiamo qui sulla terra: esseri speciali, molto diversi dal contesto tutto attorno.

Questo è il vostro primo disco completamente in italiano. Come mai questa scelta e com’è stato confrontarsi con un linguaggio diverso?
Volevamo eliminare tutti i filtri possibili, parlare in modo diretto e aprire un nuovo percorso musicale in Italia, molto molto diffidente dalle altre lingue. L’italiano dà l’idea di dover essere calcolato molto bene nelle canzoni, non è solo una questione di musicalità ma anche e soprattutto di contenuto. È un disco che parla di cose molto importanti e senza giri di parole.

In Agarthi le sonorità elettroniche la fanno da padrone. Quali sono state le vostre influenze dirette? Pensate di mantenere questo tipo di sound anche in futuro?
Abbiamo preso ispirazione da artisti che provano a rivoluzionare i vecchi sistemi, da Tommy Cash a Charli XCX, facendolo a modo nostro. Non c’è quell’idea di scopiazzare male quello che fanno all’estero come vediamo ultimamente. C’è molto di nostro in questo disco. Per il futuro, rimarrà il marchio di fabbrica, il nostro modo di fare le cose: per il resto potrebbe cambiare tutto, ogni lavoro ha un’anima a sé. Ci annoieremmo troppo a riproporre sempre le stesse identiche sonorità.

Nei vostri testi affrontate temi come la discriminazione e il pregiudizio con estrema ironia. È una sorta di meccanismo di difesa acquisito nel tempo o pensate che sia il modo più efficace per affrontare queste tematiche?
L’ironia è una grande arma, perché implica la capacità di incassare il colpo e rielaborarlo. Significa posizionarsi a un livello superiore. Non siamo sempre ironici, in molti pezzi come Froci e Normali e La Notte Con Il Sole purtroppo abbiamo avuto poco da ridere. Il dolore è stato forte e abbiamo voluto renderlo così com’era.

I brani sono tutti molto diversi tra di loro ma trasmettono una coerenza generale molto forte. È difficile mantenere un nucleo di base quando a livello creativo si è così multiformi?
Il viaggio è andato verso molte direzioni ma chi viaggiava eravamo sempre noi. Siamo praticamente autonomi in tutto, capita di collaborare vero ma la nostra mania di controllo c’è sempre. L’electropop permette di esprimere un range di sfumature enorme, è per questo che spesso non rientra in categorie fisse e disorienta orecchie poco flessibili. Ci
chiedono: “aspetta, ma siete mood party o mood più serio?”. Perché non possiamo essere entrambe le cose?

Sapreste indicare degli album o dei brani che hanno avuto un’influenza diretta e fondamentale sulla creazione di Agarthi?
Y€$ di Tommy Cash, Pop2 di Charli XCX e Crabs In A Bucket di Vince Staples,.

Giulia Tonci Russo